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giovedì 31 dicembre 2015

Plastica: la minaccia invisibile


Sicuramente molti di voi avranno sentito parlare degli effetti dannosi che la plastica ha sull'ambiente e sugli organismi marini. Dai sacchetti di plastica ritrovati all'interno dell'intestino delle tartarughe marine, che li scambiano per meduse o organismi simili, a quelli presenti nel tratto digerente dei cetacei, fino ai più vari pezzi di plastica ingeriti dagli uccelli marini. Assieme a quello delle reti fantasma (ghost nets), sono argomenti ripetutamente presentati in televisione e su una miriade di pagine web. Da qualche anno, per fortuna, anche in Italia si inizia a parlare dei "vortici di plastica" (trash vortex) o "continenti di plastica", immense concentrazioni di materiali, appunto principalmente di plastica, ammucchiati dalle correnti in determinate aree di convergenza presenti nei diversi oceani. In Mediterraneo, date le peculiari caratteristiche idrodinamiche, non si parla, almeno per adesso, di veri "continenti" o, sarebbe forse meglio nel nostro caso dire, "isole" di plastica; anche se, risulta ormai sempre più evidente, il nostro Bacino è anch'esso pieno di plastica di tutti i tipi e in alcune aree (anche "protette") la densità della plastica nella colonna d'acqua è uguale o simile a quella delle aree oceaniche maggiormente contaminate. Se quindi sapere della presenza di tutta questa plastica nei nostri mari possa sicuramente suscitare emozioni negative, una serissima minaccia è rappresentata dalla "plastica invisibile". Silenziosa e letale, la microplastica rappresenta una serissima minaccia per l'ecosistema marino. Sebbene, dopo tempi molto lunghi, la plastica in mare venga degradata, il pericolo rimane, anzi, aumenta. I frammenti più piccoli spariscono alla nostra vista, ma continuano a persistere nell'ambiente. Inoltre, la microplastica si trova già in alcuni cosmetici e altri prodotti utilizzati dall'uomo, che finiscono purtroppo, quasi sempre, prima o poi, in mare. Gli organismi marini che si nutrono di plancton non sono in grado di discriminare le piccole particelle di plastica dalle loro prede, organismi delle stesse dimensioni, millimetrici o addirittura di dimensioni inferiori al millimetro. La plastica quindi si accumula negli organismi, come i piccoli pesci planctofagi (che si nutrono di plancton) e "scala" la piramide alimentare fino a raggiungere gli animali più grandi, uomo compreso. Inoltre, molti composti altamente tossici e persistenti, come i derivati del DDT, i PCB, etc.., vanno a legarsi sulla superficie di queste microparticelle, concentrandosi, infine, nei tessuti degli organismi che se ne nutrono, con effetti deleteri più o meno gravi, spesso imprevedibili e molti ancora da approfondire. Se ciò che vediamo, la busta di plastica che svolazza tristemente lungo una spiaggia, le bottiglie di plastica galleggianti e incrostate da organismi marini vari, a testimonianza della loro lunga permanenza in mare, risulta "scomodo" dal punto di vista estetico, le particelle di plastica più piccole di un coriandolo rappresentano una minaccia sempre più grave e allo stesso tempo subdola. I primi studi in Mediterraneo mostrano chiaramente come anche nel nostro mare queste microplastiche stiano raggiungendo negli organismi marini concentrazioni assolutamente preoccupanti. In alcune zone, basta spremere le viscere di un pesce appena pescato per accorgersi che da queste schizzano letteralmente fuori minuscoli frammenti multicolori; il mare sta morendo. Il metodo di campionamento è ormai standardizzato (in modo che i risultati ottenuti sulle concentrazioni di plastica possano essere confrontabili in tutto il mondo). Grazie alle "manta trawls" (così si chiamano questi particolari "retini" adoperati in tutto il mondo da alcune imbarcazioni per campionare la plastica dispersa nel mare) si stanno ottenendo i primi risultati, purtroppo molto allarmanti, per il nostro Mar Mediterraneo e porre rimedio all'uso e consumo scorretto, quindi spreco, di plastica è il problema fondamentale da risolvere, o ci faremo letteralmente il bagno nella plastica, avvelenando gli animali marini e noi stessi.

In foto: macro, micro e nano-plastica con alcuni dei quasi infiniti materiali dai quali si originano. (fonte: http://www.ilvo.vlaanderen.be).

mercoledì 27 novembre 2013

Biodiversità: minacce e conservazione. Quale futuro ci attende?

Oggi, più che mai, la parola biodiversità è di frequente utilizzo e forse, in alcuni casi, abuso. Basta scrivere la parola su un qualsiasi motore di ricerca e appariranno migliaia di risultati, tra definizioni varie e articoli. Sentendo questo termine, la prima cosa a cui viene da pensare è all'insieme di tutti i viventi presenti sul nostro pianeta. Quindi, in base a questa definizione, si pensa a tutte le specie esistenti (anche a quelle non ancora scoperte). Il concetto non è fondamentalmente sbagliato, però, la biodiversità, in realtà, comprende molto di più. All'interno di una stessa specie, tra i singoli individui, il materiale genetico non è mai identico (salvo rare e particolari eccezioni), perché è presente una diversità genetica. Tale diversità, costantemente soggetta a selezione naturale, porta inevitabilmente alla differenza tra popolazioni di una stessa specie e, in maniera più ovvia, tra specie diverse. Ma i viventi non si limitano a subire gli effetti dell'ambiente, sono anche in grado di modificarlo, rendendolo più adatto alle proprie esigenze di sopravvivenza. Quindi, la diversità esiste anche a livello di habitat e di ecosistemi. Un ecosistema non è infatti un semplice luogo in cui si trovano contemporaneamente più individui di specie diverse, ma tali individui interagiscono tra loro a vari livelli e contribuiscono a modificare e quindi creare l'ambiente in cui vivono. La natura tende all'equilibrio, un equilibrio dinamico, ma sempre un equilibrio, e quei soggetti che non riescono ad adattarsi ai cambiamenti, o lo fanno troppo lentamente, andranno inevitabilmente incontro alla fine della loro stessa esistenza come specie, l'estinzione, un processo naturale. Nessuna specie, però, ha mai danneggiato tutte le altre in maniera così pesante e rapida. Questo era vero fino alla comparsa di una specie assai particolare, l'uomo. Fin dalla preistoria, iniziammo a modificare irrimediabilmente l'ambiente, portando all'estinzione diverse specie. Tuttavia, il danno maggiore si sta verificando solo negli ultimi secoli e in particolare negli ultimi decenni, dove i tassi di estinzione e la distruzione degli habitat hanno ormai raggiunto livelli inaccettabili e insostenibili. Secondo i calcoli, si estingue, in media, un vertebrato per anno. Inquinamento, agricoltura estensiva, deforestazione, distruzione diretta degli habitat, sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, urbanizzazione, sono tutti processi che stanno logorando la biodiversità, in maniera sempre più profonda e irrimediabile. Grazie allo sviluppo di alcune tecniche, reso possibile dall'industrializzazione, e al conseguente avvento di tutta un'altra serie di tecnologie avanzate, l'uomo oggi raggiunge una densità di popolazione sul pianeta che è di gran lunga superiore a quella prevista per una specie delle nostre dimensioni. Siamo troppi, siamo 7 miliardi. E pensare che fino al periodo della rivoluzione industriale eravamo solo in 500 milioni. Di certo non sarà possibile sostenere ancora a lungo questo abnorme aumento demografico, qualcosa si dovrà fare o sarà lo stesso sistema naturale a fungere da regolatore. Ritornando alla biodiversità, una domanda che ci si deve chiedere è questa: ma dove è concentrata? Dove si trova la maggior parte delle specie esistenti? In linea di massima, il numero delle specie presenti aumenta con il diminuire della latitudine, questo vuol dire che più ci avviciniamo all'equatore, maggiore sarà la biodiversità. Perché? Varie sono le teorie avanzate per spiegare questo fenomeno, ma non ci dilungheremo a prenderle tutte in considerazione, per il fine di questo articolo ci è sufficiente prendere in considerazione solo alcuni punti. Senza dubbio, zone come quelle equatoriali, che ricevono una maggiore quantità di luce solare, sono favorite nell'ospitare un maggior numero di specie rispetto a zone che ricevono una minore quantità di energia da parte del sole; inoltre, essendo qui il clima e altri fattori, sia chimici che fisici, maggiormente stabili, le specie non hanno subito grandi sconvolgimenti come quelli avvenuti nelle ere glaciali e hanno avuto, quindi, tutto il tempo di evolvere e di specializzarsi, andando a occupare ogni nicchia ecologica disponibile. Con questo non sto dicendo che tutte le aree a più elevata diversità biologica si trovano nella zona equatoriale, ma sto solo dicendo che spostandosi dai poli all'equatore, in linea di massima, la diversità aumenta. I motivi principali li abbiamo spiegati. A parte l'influenza della latitudine, esistono alcune aree in cui si trovano particolari ambienti in grado di ospitare organismi che si sono adattati a vivere solo in questi tipi di habitat. Queste zone, spesso molto ristrette, sono note come centri di endemismo e si trovano sparse un po' qua e là sul nostro pianeta. Per fare qualche esempio: lago Vittoria in Africa, alcune aree costiere mediterranee, il Madagascar, la zona indonesiana, ecc... In un lavoro del 2000, pubblicato sulla rivista "Nature" da parte di Myers e collaboratori, vengono individuati 25 di questi centri, chiamati hotspots, aree della terra ad alta biodiversità. Sulla base di questo principio, considerando quindi che la biodiversità risulta essere concentrata su una superficie molto ristretta, preservando questi centri si potrebbe salvare la maggior parte della biodiversità esistente, investendo una quantità di risorse (umane e monetarie) relativamente moderata e massimizzando i risultati. A complicare le cose troviamo però il fatto che l'uomo, spesso, ha stabilito le sue abitazioni e le sue attività proprio all'interno di queste aree, influendo negativamente, sia in maniera diretta che indiretta, sulle specie presenti in questi ecosistemi particolarmente preziosi. Una soluzione potrebbero essere le "aree protette", ma queste presentano una superficie troppo poco limitata per poter davvero preservare la biodiversità e immaginare di creare aree protette di grandi dimensioni è una cosa ormai impensabile nel mondo di oggi, quando l'uomo ha ormai già profondamente trasformato, sfruttandola, gran parte delle superficie terrestre. Secondo alcuni studi, infatti, tali aree, per poter svolgere la loro funzione, dovrebbero coprire tutte assieme circa il 50% della superficie terrestre. La scienza della conservazione è una nuova disciplina che si occupa proprio di preservare le specie dall'estinzione e di mantenere in equilibrio i vari ecosistemi; tuttavia, nonostante gli sforzi che si possano compiere, se prima non si sensibilizza veramente tutta la comunità, serviranno davvero a poco tutti i suoi sforzi, per quanto ammirevoli e nobili essi possano essere. Essendo una scienza che richiede grossi interventi a livello mondiale, non può fare a meno di coinvolgere le varie nazioni e ottenere il consenso nelle scelte politiche degli Stati.  La scienza della conservazione delle specie va intesa quindi come una scienza interdisciplinare, poiché per poter raggiungere i suoi fini deve comunicare con altre scienze, sia naturali che sociali. Ancora conosciamo troppo poco, sono state catalogate circa 1,8 milioni di specie e la stima di quelle esistenti è molto approssimativa, variando da 3 a 30 milioni e secondo alcuni molto più di 30 milioni. Molte di queste specie si estingueranno ancor prima di essere scoperte, motivo per cui calcolare i tassi di estinzione non è cosa semplice. Inoltre, di tanto in tanto, si sente parlare di qualche specie che è stata "riscoperta", dopo essere stata dichiarata estinta. Le specie considerate minacciate sono riportate nella "red list" della IUCN (International Union for Conservation of Nature); tuttavia, anche in questo caso, le stime e i dati sono ancora approssimativi e incompleti. Viviamo nell'era della crisi globale, dei cambiamenti e delle estinzioni, quale futuro ci attende? Agli occhi di un'ipotetica forma di vita superiore che arrivasse sulla terra dallo spazio e studiasse il nostro comportamento, non appariremmo forse come dei perfetti parassiti della terra? Quale futuro attende l'uomo, questa specie egoista che in fondo, sebbene a danno delle altre specie, esegue gli ordini dettati dai suoi stessi geni, si riproduce. Chi ci dice che un'altra specie al posto nostro non avrebbe fatto lo stesso, se non addirittura di peggio? D'altro canto, però, l'uomo è un essere pensante che non trasmette solo i geni ai suoi discendenti, ma anche cultura. Ma c'è una profonda differenza, i geni vengono trasmessi e acquisiti direttamente (e con essi la manifestazione dei vari fenotipi in base alle regole della genetica), la cultura no. Ogni volta, ogni generazione deve cominciare da zero. E' forse questo il motivo per cui non riusciamo a imparare dalla storia? E' forse per questo che con la nostra cultura e conoscenza non riusciamo ad avere la meglio sui nostri stessi geni? Sulla nostra stessa natura egoista? Perché non riusciamo a comportarci come specie razionale nonostante la nostra cultura e intelligenza? E voi che desiderate un mare più pulito, senza plastica e senza petrolio, perché? Volete davvero il bene delle altre specie? Temete per la loro vita? O forse volete semplicemente un posto pulito per sdraiarvi al sole o un'acqua non contaminata in cui fare il bagno? Voi fotografi naturalisti, perché avete così tanto a cuore il destino delle vostre specie preferite? Perché le amate davvero o per paura che qualche giorno non le troviate più a farsi fotografare dalle vostre macchine? E noi, studiosi del mare, amiamo gli organismi marini o amiamo solo studiare gli organismi marini? E voi "ambientalisti"? Temete per la salute dei vostri animali o per l'eventuale fine di un vostro centro recupero o di altre attività remunerative che, in realtà, sfruttano solamente il buon nome di queste creature? Non siete forse anche voi degli egoisti mascherati d'altruismo? E voi, "divulgatori scientifici", perché divulgate? Nella speranza di salvare la natura o di salvare voi stessi dalla noia e dalla disoccupazione? Non è che andate in cerca di fama e gli indifesi animali sono solo un vostro mezzo, un mezzo come un altro, per arrivare al successo, vero? Si potrebbe ancora scrivere quasi all'infinito, ma prima di chiudere è doveroso parlare di quelle poche "anomalie" (forse meglio senza virgolette) che amano la natura davvero. Fortunatamente esistono persone, anche se poche, che  cercano di contrastare il declino in cui ci troviamo, possiamo considerarli i "regolatori del sistema", chissà...hanno forse i geni dell'altruismo? E' il sistema naturale stesso che li "controlla" su base genetica per tentare il raggiungimento dell'equilibrio?... C'è gente che riesce a guardare ben oltre il semplice fine utilitaristico che la biodiversità può avere per l'uomo e riconosce in ogni essere vivente un valore proprio, intrinseco, indipendente da ogni altro e dato dalla semplice esistenza di una qualsiasi specie come unità biologica. La cosa più giusta da dire, secondo l'autore di questo articolo, è quella di cercare di raggiungere il nostro equilibrio come specie, di rimanere nel giusto contatto con la natura, di limitare l'inquinamento, di regolare lo sfruttamento delle risorse e di fare in modo che tutte le popolazioni (umane) di questa terra possano trarne gli stessi benefici. In fondo, lo facciamo per le future generazioni, per i nostri figli e nipoti, in fondo sarebbe sempre e comunque un fine egoista: preservare l'ambiente per farlo durare il più a lungo possibile, in modo tale da permettere alle future generazioni di poterne usufruire da ogni punto di vista, di sopravvivenza o semplicemente ricreativo che sia. Ma anche in questo caso non l'avremo fatto per il bene delle altre specie, ma solo per quello della nostra, come ogni buona specie egoisticamente farebbe...

In foto i pesci trombetta (Macroramphosus scolopax), solo una delle infinite forme di vita presenti sul nostro pianeta (Foto © Francesco Turano).

lunedì 25 marzo 2013

Inquinamento: info-distruzione in ambiente acquatico


Oggi di inquinanti ne abbiamo davvero tanti e di ogni tipo e la quasi totalità è di origine antropica. Per molti di essi la destinazione ultima è l'ambiente marino, che viene raggiunto direttamente o indirettamente (precipitazioni, acque di dilavamento, fiumi, ecc...). Negli ultimi 300 anni la popolazione umana è cresciuta a dismisura, seguendo una crescita quasi esponenziale. Tutto ciò grazie all'avvento delle macchine e dei nuovi sistemi di produzione. Parallelamente all'aumento della popolazione, dal periodo della rivoluzione industriale ad oggi, l'inquinamento ha raggiunto livelli molto alti, concentrazioni spesso superiori alla capacità di recupero e compensazione dell'ambiente. Le conseguenze possono essere la perdita di biodiversità e l'insorgere di alcune patologie che possono colpire anche l'uomo. In genere, per inquinamento marino, si intende  l'immissione diretta o indiretta da parte dell'uomo in mare di materia e/o energie che alterano e/o danneggiano l'ambiente e gli organismi, uomo compreso. Nel gergo comune per inquinante si intende una qualsiasi sostanza creata dall'uomo, immessa nell'ambiente e che si rivela dannosa per quest'ultimo; tuttavia, esistono anche fonti naturali di rilascio di sostanze tossiche per l'ambiente. Altri danni ambientali derivano da uno sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, dalla distruzione degli habitat e dall'introduzione di specie alloctone invasive. Gli inquinanti si possono suddividere in due grandi categorie: i biodegradabili, che sono soggetti alla degradazione, e quelli non degradabili, che non sono soggetti a degradazione o, se lo sono, vengono degradati molto lentamente. Mentre i primi, generalmente, non rappresentano gravi problemi per le acque se queste sono ben ossigenate e vi è un buon ricircolo, in quanto vengono facilmente diluiti e degradati, minimizzando l'impatto per l'ambiente e al massimo gli effetti, solitamente, si manifestano nella zona direttamente colpita dalla fonte inquinante; i secondi, spesso altamente tossici, non sono soggetti a degradazione e possono essere solo diluiti e dispersi maggiormente, senza perdere la tossicità; inoltre, alcuni di essi sono soggetti ad accumulo biologico negli organismi. Si sente spesso parlare di inquinamento da petrolio, da materiale plastico, da sedimenti vari, da metalli pesanti, da DDT, da PCB, da TBT, di eutrofizzazione, forse, un po' meno di inquinamento termico e dei relativi effetti che tutti questi inquinanti hanno sui vari organismi. Pochi però possono immaginare gli effetti che alcuni inquinanti hanno a livello chemiosensoriale, soprattutto olfattivo, nei pesci. La distruzione dell'informazione o "info-distruzione" distrugge i meccanismi tramite i quali varie sostanze vengono captate dall'ambiente circostante. Nell'ambiente acquatico, spesso, sensi come vista e udito (molto importanti per tanti vertebrati terrestri, uomo compreso) sono secondari per l'orientamento nei pesci (soprattutto in acque torbide e in ambienti rumorosi), mentre, alcune sostanze chimiche ("messaggeri chimici") rilasciate nell'ambiente, come i feromoni, ormoni steroidei, aminoacidi, prostaglandine, ecc..., svolgono un ruolo essenziale nella comunicazione. Gli stimoli chimici diffondono facilmente nell'acqua e, inoltre, permangono nell'ambiente anche dopo l'allontanamento di chi ha rilasciato il segnale. Viene quindi spontaneo immaginare l'importanza che hanno queste sostanze messaggere nella segnalazione chimica d'allarme, nella localizzazione del cibo, nella ricerca di un partner, nel marcare il territorio e nell'evitare i predatori. I recettori olfattivi vengono stimolati a concentrazioni davvero molto basse. E' stato dimostrato, ad esempio, che l'Anguilla (Anguilla anguilla) sia in grado di percepire la presenza dell'alcol b-feniletilico ad una concentrazione equivalente ad una sola molecola nella sua camera olfattoria. Prima di vedere come certe categorie di inquinanti, tra cui alcuni metalli e pesticidi, possano distruggere il sistema chemiosensoriale olfattivo, occorre un attimino vedere il funzionamento di questo importantissimo sistema. Tra un animale e l'altro, il sistema olfattivo mostra delle enormi differenze, tuttavia, a livello cellulare, le molecole segnale vengono riconosciute da recettori sensoriali costituiti da neuroni bipolari che, invece, mostrano profonde  similitudini anche in animali molto diversi, dagli insetti ai mammiferi. Tali neuroni sono costituiti da due prolungamenti che si diramano dai lati opposti del corpo cellulare, il dendrite e l'assone. Il dendrite (sito d'ingresso dell'informazione) si allunga dal corpo cellulare fino a raggiungere l'esterno; mentre l'assone (sito di propagazione dell'informazione) si estende in direzione opposta, verso i centri nervosi. Nella zona di contatto con l'ambiente esterno, il dendrite mostra numerose ciglia sulle cui membrane trovano posto delle molecole recettoriali in grado di riconoscere e quindi legare le varie sostanze odorose. Nei pesci, i recettori olfattivi, si trovano all'interno di particolari strutture: le fossette olfattive. Le fossette comunicano con l'ambiente esterno tramite le narici. Molti teleostei (pesci ossei) hanno un paio di narici poste al lato del capo, altri solo una per lato. Mentre i pesci cartilaginei hanno le narici poste inferiormente al capo, i teleostei le hanno disposte superiormente. All'interno delle narici, l'epitelio olfattivo presenta delle pieghe, denominate rosette. Maggiore è il numero di queste ultime, maggiore sarà la sensibilità olfattiva del pesce. L'assone del neurone bipolare, invece, si collega al bulbo olfattivo e prende contatto sinaptico con altri neuroni; gli assoni di tutti i neuroni olfattivi andranno a formare il nervo olfattivo. Il segnale chimico viaggia quindi dall'ambiente esterno al nervo olfattivo (trasduzione del segnale) e da qui ai centri nervosi superiori dove vengono elaborate le risposte agli stimoli. Come abbiamo detto, la parte dendritica del neurone è esposta direttamente all'ambiente esterno e quindi, in caso di inquinanti, riceve direttamente il danno. Tra gli inquinanti in grado di danneggiare il sistema olfattivo ci sono alcuni erbicidi e pesticidi e molti metalli, tra cui mercurio (Hg), manganese (Mn), cadmio (Cd) e nichel (Ni); tuttavia, i meccanismi che portano all' "info-distruzione" sono ancora poco noti. E' stato dimostrato, però, che nel Pesciolino rosso (Carassius auratus auratus) l'atrazina (erbicida) inibisce le risposte antipredatorie; nella Trota (Salmo trutta), invece, si hanno altre disfunzioni comportamentali e nella Carpa (Cyprinus carpio) questo inquinante causa apoptosi nelle cellule olfattive. Verosimilmente molti effetti deleteri si hanno anche per molte specie ittiche marine, ma ancora non si conosce bene quali specie risultino più vulnerabili e come agiscano i vari inquinanti "info-distruttori". In tutti i casi la distruzione dell'informazione porta a un cattivo "funzionamento" nei pesci con tutte le conseguenze immaginabili per le specie colpite, che saranno meno competitive nell'ambiente naturale. Altra importante considerazione da fare è che nei test di tossicità standard misure di concentrazioni sicure, potrebbero, vista l'elevata sensibilità del sistema olfattivo, essere di gran lunga superiori a quelle che possono determinare l' "info-distruzione".

martedì 22 febbraio 2011

Le barriere coralline


Le barriere coralline rappresentano uno degli ecosistemi con la maggiore biodiversità al mondo, dove è presente un' elevatissima diversità di forme e colori. Esse sono distribuite nelle fasce intertropicali, in quanto, per poter esistere, necessitano di temperature "elevate" dell'acqua che non dovrebbero mai essere inferiori ai 20 °C circa. Sono delle strutture viventi, esse sono infatti costituite o meglio "costruite" da alcuni particolari tipi di coralli (Madrepore) detti appunto ermatipici, ovvero coralli costruttori, in grado di secernere e consolidare un robusto scheletro calcareo capace di resistere al moto ondoso, talvolta molto forte. L'esistenza di tali coralli, che sono quasi tutti polipi coloniali, è dovuta alla simbiosi tra essi ed alcune alghe unicellulari, le zooxantelle, in una strettissima forma di associazione definita simbiosi. I coralli ermatipici, infatti, in assenza di tali alghe unicellulari non sarebbero in grado di accrescersi, riprodursi e di secernere il loro scheletro calcareo; molte specie non riuscirebbero neanche a sopravvivere in quanto tali alghe secernono alcuni zuccheri fondamentali per la crescita della colonia. Data la loro stretta dipendenza dalle alghe simbionti, i coralli non possono sopravvivere oltre determinate profondità, in quanto la luce non riuscirebbe a raggiungere le alghe, impedendo il processo fotosintetico e facendole morire, bloccando quindi la formazione dello scheletro calcareo. Tale profondità varia in base alla trasparenza (o viceversa torbidità) delle acque, ma comunque ha generalmente un limite massimo di pochissime decine di metri in condizioni di perfetta trasparenza (i coralli necessitano di acque più trasparenti possibili per svilupparsi). La Grande barriera corallina australiana (parte nord-orientale dell'Australia, al largo del Queensland), con i suoi 2.300 chilometri formati da una serie di barriere, rappresenta la struttura vivente più estesa della terra. Nonostante la povertà di sostanze nutritive presenti nelle sue acque, essa ospita un elevatissimo numero di specie di organismi marini, appartenenti a gruppi molto diversi tra loro ed un terzo circa di tutta la fauna ittica degli oceani si concentra proprio qui (tra cui un elevato numero di specie di squali). Negli ultimi anni, l'innalzamento delle temperature, che sta avvenendo su scala globale, unitamente ad altri fattori secondari, stanno contribuendo a distruggere il delicato equilibrio simbiotico tra i coralli e le loro piccole alghe; ciò comporta all'espulsione dell'alga da parte del corallo. Il corallo morirà e di lui rimarrà solamente il suo scheletro calcareo, fenomeno noto come sbiancamento dei coralli. E' bene ricordare che i coralli vivono in aree del pianeta in cui la temperatura è già alta di suo e quindi anche un lievissimo innalzamento termico può essere fatale per un ecosistema delicato come quello delle barriere coralline. Il problema dell'innalzamento globale della temperature, sebbene sia il principale, non pare essere l'unico. Altro problema che potrebbe impedire il normale sviluppo delle barriere coralline potrebbe derivare da acque cariche di nutrienti provenienti da fiumi che ricevono acque "fertilizzate" dai terreni coltivati dell'agricoltura intensiva. L'eccesso di tali nutrienti favorisce la formazione di un "tappeto" algale che ricopre il corallo, portandolo alla morte ed impedendo la ricolonizzazione da parte di nuove larve provenienti da siti vicini non contaminati. Altro problema che si aggiunge a questi due è quello dell'acidificazione sempre crescente dell'acqua marina, in seguito all'aumento di anidride carbonica nell'aria che si sta avendo negli ultimi decenni. L'acidificazione dell'acqua, infatti, rende difficile, quando non impossibile, la costruzione dello scheletro calcareo da parte dei polipi dei coralli. Secondo alcuni ricercatori, che hanno effettuato studi approfonditi su tali cause, tra circa 40 anni si arriverà inevitabilmente al collasso totale di questo bellissimo ecosistema marino e tornare allo stato iniziale sarà molto difficile, forse impossibile.

In foto una bellissima immagine aerea della grande barriera corallina australiana.