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mercoledì 6 gennaio 2016

Un misterioso pesce: il blennide di Heuvelmans


Nel 1986, in Croazia, lo zoologo François Charousset de Sarre scopre una nuova specie appartenente alla famiglia Blenniidae. Si tratta di un piccolo pesce, circa 6,5-7 cm di lunghezza totale, che, come la maggior parte dei blennidi, vive in acque molto basse. Una delle principali caratteristiche di questa specie, che in alcuni testi criptozoologici venne descritta come un pesce di colore giallo, è la particolare colorazione della testa: gialla sulle guance e nera sul resto del capo. Alla nuova specie venne dato, in onore di Bernard Heuvelmans, zoologo ritenuto fondatore della criptozoologia, il nome di Lipophrys heuvelmansi. Tuttavia, negli anni successivi alla sua scoperta, nessuno riuscì a trovarlo e il blennide di Heuvelmans sembrò sparire nel nulla. La specie venne solo  brevemente citata in qualche testo criptozoologico e il suo nome apparì, accompagnato da pochissime informazioni, su diversi siti web zoologici e di nomenclatura zoologica. Solo circa 30 anni dopo, uno studio ne svela finalmente il mistero. Dopo un'accurata analisi effettuata sul paratipo, preservato al Museo Zoologico di Losanna (Svizzera), si può oggi affermare che Lipophrys heuvelmansi altro non è che l'esemplare maschio della comune Bavosa Gote Gialle (Microlipophrys canevae) e va quindi considerata sinonimo di quest'ultima specie. De Sarre non era a conoscenza del marcato dimorfismo sessuale presente nella Bavosa Gote Gialle. Nel sito in cui osservò la sua nuova specie, infatti, riporta anche la presenza della Gote Gialle (si trattava in tutta probabilità di individui immaturi e/o femmine, che non mostravano quindi le guance gialle su un capo scuro). Quindi, nonostante la sua esperienza, De Sarre confuse i maschi della specie, caratterizzati dalla "maschera riproduttiva" descritta in precedenza, con una nuova specie; mentre, gli individui che non mostravano tale caratteristica, vennero correttamente identificati come Bavosa Gote Gialle. Questa caratteristica "maschera riproduttiva" non è tuttavia esclusiva della Gote Gialle, poiché anche i maschi delle altre specie appartenenti al genere Microlipophrys, durante il periodo riproduttivo, mostrano una "maschera riproduttiva" simile. 

In foto, la prima in assoluto, viene mostrato il paratipo del blennide di Heuvelmans fotografato al Museo Zoologico di Losanna in Svizzera (© F. Tiralongo). 
L'esemplare, dopo un lungo periodo di conservazione in alcol, ha perso del tutto la colorazione tipica della specie.


mercoledì 31 dicembre 2014

Blennidi delle acque italiane


I blennidi, comunemente noti come bavose, appartengono al numeroso raggruppamento ittico della famiglia Blenniidae. Le specie sono distribuite in tutte le acque del globo, principalmente in acque marine tropicali e subtropicali, ma sono presenti anche in acque salmastre e persino d'acqua dolce. In tutto, ne sono attualmente riconosciute circa 400 specie. Il nome comune italiano che sta a indicare la famiglia è quello di bavose. Tali pesci, infatti, posseggono una pelle nuda ricoperta da un cospicuo strato mucoso che la protegge da infezioni e danni meccanici. Ciò rende l'animale molto viscido e scivoloso al tatto. La linea laterale, spesso, è ridotta e si limita alla porzione anteriore del corpo dell'animale. In alcune specie è coperta da scaglie modificate. Sul dorso è presente un'unica lunga pinna dorsale, spesso caratterizzata da un' evidente incavatura a circa metà della sua lunghezza. Le ventrali si trovano invece in posizione giugulare, dinanzi alle relativamente ampie pinne pettorali. L'anale è anch'essa estesa e si contrappone alla dorsale, nella regione posteriore del corpo. La caudale è in genere piuttosto ampia e con margini arrotondati. Nelle nostre acque sono presenti 20 specie in tutto, la maggior parte delle quali ampiamente distribuite e piuttosto comuni e quindi facili da osservare un po' in tutte le aree costiere italiane. Di queste, una sola specie è esclusiva di acque dolci, la Cagnetta (Salaria fluviatilis). La maggior parte delle specie italiane non supera, in media, i 7-8 cm di lunghezza totale. Le specie più piccole non superano i 4-5 centimetri e appartengono al genere Microlipophrys, istituito nel 2005. A questo genere, in Italia, appartengono 4 specie. Di queste, la più grande è la Bavosa Gote Gialle (Microlipophrys canevae) con i suoi 8 cm di lunghezza. I maschi di questo genere sono caratterizzati dall'assumere, durante la stagione riproduttiva, una particolare livrea che ne rende le guance di un colore giallo intenso. Tra i giganti italiani del mondo dei blennidi, invece, possiamo considerare 3 specie: la grossa e spesso panciuta Bavosa Sanguigna (Parablennius sanguinolentus) che può superare eccezionalmente, sebbene di poco, i 20 cm di lunghezza; la meravigliosa Bavosa Occhiuta (Blennius ocellaris), caratterizzata da un'altissima pinna dorsale, che può raggiungere i 20 cm di lunghezza; la Bavosa Ruggine (Parablennius gattorugine), in assoluto il più grosso blennide del Mediterraneo con i suoi 30 centimentri di lunghezza totale. La maggior parte delle specie vive in acque basse e della zona intertidale, su fondali rocciosi ricchi in buche e anfratti o misti a sabbia. Ad esempio, nella fascia di marea è possibile rinvenire con relativa facilità la Bavosa Galletto (Coryphoblennius galerita) e la Bavosa Capone (Lipophrys trigloides), tra l'altro piuttosto simili nella livrea e morfologia generale, sebbene sussistano sufficienti differenze da giustificare la collocazione dei due animali nei due diversi generi. La prima specie, grazie a particolari adattamenti fisiologici, è in grado di effettuare soggiorni relativamente lunghi al di fuori dell'acqua, soprattutto durante le ore notturne. Nessuna delle nostre specie è oggetto di pesca attiva da parte dell'uomo, tuttavia, alcune specie vengono accidentalmente catturate con attrezzi di vario tipo. In genere, con la pesca a fondo dalla riva, soprattutto con canne fisse, è possibile catturare qualche grosso blennide come la Bavosa Sanguigna e la Bavosa Ruggine e qualche altra specie più piccola come la Bavosa Pavone (Salaria pavo) e la Bavosa Capone. Occasionalmente, gli esemplari delle specie più grosse rimangono intrappolati in reti da posta, mentre, un'unica specie, la Bavosa Occhiuta (Blennius ocellaris) viene comunemente catturata con reti a strascico a quote batimetriche relativamente elevate. In tutti i casi, pur essendo commestibili, date le ridotte dimensioni e la scarsità degli individui catturati con i consueti attrezzi da pesca, non rivestono alcuna importanza commerciale. Inoltre, la sensazione di viscido dovuta alla cospicua secrezione di muco, rende questi animali certamente poco appetibili. L'interesse dell'uomo per questi piccoli pesci proviene, invece, dal mondo dell'acquariofilia e della fotografia subacquea. Date le loro meravigliose livree e l'indole curiosa, questi pesci sono tra i più amati dagli acquariofili mediterranei, che li tengono spesso ben volentieri all'interno delle loro vasche, dove questi animali, tra l'altro, si adattano molto bene. Per lo stesso motivo, questi pesci sono anche tra quelli più fotografati da professionisti o da semplici appassionati. Mentre in passato i blennidi erano certamente meno noti alla maggior parte, oggi, grazie alla presenza sul mercato di attrezzatura fotografica alla portata di tutti, questi pesci, sebbene spesso in maniera comunque superficiale, rientrano tra le specie più conosciute e fotografate dai più. Come tutte le creature marine, anche i blennidi rivestono il loro ruolo nell'ecosistema marino, motivo per cui bisogna apprezzarne il valore intrinseco, senza necessariamente relazionarlo a "necessità" umane di tenerli in vasca o di godimenti personali nello scattare e mostrare le foto di queste splendide creature che il mare cela appena sotto la sua superficie o, nel caso di alcune specie, come abbiamo visto, anche poco al di sopra di essa!

Alcuni dei blennidi italiani. A: esemplare maschio di Bavosa Mediterranea (Parablennius incognitus) fa capolino dalla sua tana. B: giovane esemplare di Bavosa Occhiuta (Blennius ocellaris) catturato con reti a strascico ad una profondità di 110 metri. Lunghezza totale circa 6 cm. C: grosso esemplare di Bavosa  Sanguigna (Parablennius sanguinolentus). D: giovane esemplare di Bavosa Ruggine (Parablennius gattorugine). (Foto © Biologia del mare).

lunedì 12 agosto 2013

Pesca, dal passato a oggi: storia, arte, cultura, passione e risorsa




L’arte della pesca accompagna l’uomo fin dagli albori della sua comparsa come specie. Le antiche popolazioni e tribù, che si stabilirono sulle coste, trovarono una preziosa fonte alimentare a cui attingere, raccogliendo, ad esempio, molluschi e crostacei o pescando attivamente pesci e altri organismi marini che si presentavano con grande abbondanza e varietà di specie; inoltre, da alcune conchiglie e dalle vertebre dei pesci si ricavavano utensili vari. Anche le spugne, particolari e primitivi animali marini, venivano raccolte e lavorate per essere rese utili alla pulizia del corpo e degli ambienti domestici. Ancora oggi alcune tribù ricavano dal mare la loro principale fonte di sussistenza come, per fare qualche esempio, sull’isola di Lembata, in Indonesia, dove gruppi di pescatori si recano a caccia di squali e cetacei con le loro piccole imbarcazioni e i loro rudimentali arpioni sostenuti da un lungo e robusto fusto di bambù. Altro esempio è la pesca del “palolo” (porzione matura deputata alla riproduzione di vermi policheti appartenenti alla famiglia Eunicidae) praticata da alcune popolazioni indigene delle coste del Pacifico, che conoscono alla perfezione il periodo  e le condizioni adatte per la raccolta in mare di quest’altra preziosa fonte alimentare. Esempio eclatante che riguarda in prima persona noi italiani e in particolare calabresi e siciliani è la pesca al pesce spada, spesso definita “caccia” per la particolare tecnica in cui la preda viene ricercata, inseguita e, infine, mortalmente arpionata prima di essere issata a bordo dalle particolari e caratteristiche imbarcazioni dello Stretto di Messina, che solcano in lungo e in largo le sue acque alla ricerca del “Pisci”, ormai da tempi immemorabili. Sulle alte vedette delle grandi imbarcazioni sembrano ancora riecheggiare le antiche grida in lingua greca (si riteneva, infatti, che il Pesce spada fosse in grado di percepire la differenza tra greco e italiano e di inabissarsi, scomparendo per sempre, al solo udire di una singola parola di quest’ultima lingua) che davano fondamentali informazioni al pescatore che si trovava sulla passerella (“lanzaturi”), pronto a veder apparire sotto di se la grande sagoma del pesce e a colpirlo con un’abilità e precisione che solo anni di esperienza possono dare. Tale pesca, anche se non più fruttuosa come prima, viene ancora praticata nello Stretto e ogni equipaggio ha una precisa zona di mare assegnata, che è rimasta fondamentalmente identica a quella di qualche secolo fa. Quando l’uomo costruì i primi ami, questi erano molto rudimentali, fatti con le conchiglie più dure o con le resistenti ossa di alcuni vertebrati; non erano ricurvi come quelli di oggi e mancavano di ardiglione. Con il passare degli anni l’uomo ha affinato sempre più la tecnica, con attrezzi sempre migliori e che permettono maggiori catture, in quanto la possibilità di liberarsi del pesce è sempre più bassa. Alcuni attrezzi da pesca, come certe reti, palangari e trappole, sono rimasti come funzionamento e struttura praticamente invariati fino ad oggi, l’unica cosa che negli ultimi anni è cambiata è stato il materiale di cui sono costituiti; le reti utilizzate dagli antichi pescatori, infatti, erano di fibra vegetale, motivo per cui venivano frequentemente sottoposte a particolari e lunghe manutenzioni e, inoltre, richiedevano tempi piuttosto lunghi per asciugarsi quando non venivano utilizzate; il materiale che costituisce le reti moderne, invece, è materiale di sintesi ed è di gran lunga più resistente e duraturo rispetto alla fibra vegetale, nonché anche impermeabile. Tutto ciò ha i suoi ovvi vantaggi in termini di efficienza e gestione, tuttavia, c’è da dire che quando una rete moderna si perde, ad esempio, a seguito di una mareggiata, rimane tanti anni in fondo al mare senza degradarsi, continuando a catturare e uccidere inutilmente vari organismi marini. A tali reti viene talvolta attribuito il nome di “reti fantasma”. Oggi, quindi, utilizziamo quasi tutti materiali di sintesi, ottimi materiali utilizzabili anche più volte e che hanno ottime capacità di resistenza all’abrasione e alla corrosione, per non parlare dell’invisibilità totale, o quasi, di alcuni monofili. Tutto questo senza entrare nei particolari delle infinite gamme di minuterie previste per le numerosissime tecniche di pesca ormai esistenti, da riva e dalla barca. Oltre ad affinare la tecnica e a costruire attrezzi sempre più efficienti, l’uomo ha acquisito nel tempo molte conoscenze sulla fauna ittica e marina in genere e ne ha catalogato le specie, imparando a conoscerne le abitudini e a distinguere quelle più pregiate da quelle che lo sono meno, quando non addirittura tossiche. Parlando di pesca sportiva, questa, la si può suddividere in due principali grandi categorie: la pesca in acque interne e la pesca in mare. Le esche utilizzate in acque interne, per chiari motivi, sono solitamente diverse da quelle utilizzate nella pesca in mare, mentre molte tecniche sono fondamentalmente identiche; infatti, diverse tecniche adoperate per le acque interne sono state in seguito adattate per il mare (ad esempio variando un po’ l’attrezzatura, i calamenti, ecc…) e viceversa. Per entrambe le grandi categorie di pesca citate, esistono oggi sul mercato numerose riviste specializzate, più o meno valide e che spesso risultano essere ripetitive.  Attrezzo fondamentale per eccellenza della pesca sportiva è la canna, sia essa fissa o da lancio e in quest’ultimo caso abbinata a un mulinello che, a sua volta, può essere a bobina fissa o rotante. Le prime canne erano naturali, ricavate dai fusti del bambù o di altre piante, in base alla località, e non prevedevano l’uso di mulinello; erano piuttosto rudimentali e spesso poco sensibili alle “toccate” del pesce. Oggi si hanno sul mercato attrezzi molto evoluti costituiti da fibre di vetro e carbonio, le cosiddette telescopiche e le ripartite di ultima generazione (costituite da carbonio ad “alto modulo”), che permettono, nelle mani esperte del pescatore, prestazioni un tempo impensabili, arrivando ad un compromesso tra resistenza, robustezza, elasticità e sensibilità senza eguali. Il prezzo di alcune canne può anche superare le mille euro, ma generalmente con due o tre centinaia di euro si prendono canne eccellenti, abbinate a mulinelli altrettanto valenti; infatti, spesso, accanto a prezzi esorbitanti non corrisponde materiale effettivamente o notevolmente superiore e nella maggior parte dei casi è più una questione di mercato e pubblicità che di qualità. Ovviamente, la canna, sebbene sia l’attrezzo fondamentale, non è tutto e da sola non avrebbe potuto permettere mai a nessun pescatore di catturare un solo pesce. Ad accompagnare il pescatore di oggi ci sono tanti “attrezzi del mestiere” minori, ma essenziali, come, ad esempio, ami di ogni dimensione e tipologia, piombi altrettanto vari, monofili, trecciati, galleggianti di ogni grammatura, forma e colore, esche artificiali e naturali di ogni tipo e ancora una miriade di altra “minuteria da pesca”. Sta poi nell’abilità ed esperienza del pescatore capire come combinare al meglio il tutto, ad esempio scegliendo il giusto “calamento”, il giusto terminale da legare all’amo idoneo, l’esca più appropriata per insidiare la specie giusta, ma anche scegliere il luogo e il momento giusto per farlo. Insomma, quando si parla di pesca, sebbene il fattore “fortuna” spesso influisca sull’esito di ogni battuta, niente è mai lasciato a caso e tutto è meticolosamente studiato. C’è anche da dire, poi, che oggi il pesce è decisamente più scarso rispetto al passato ed è sempre più smaliziato. La tecnica quindi si evolve di conseguenza con ami sempre più catturanti e lenze sempre più invisibili e resistenti, che aiutano certamente a tirare fuori dall’acqua un pesce sempre più diffidente e infrequente. Oggi l’arte della pesca, con riferimento a quella sportiva, ha conquistato tutti, grandi e piccoli, che vi trovano momenti di svago, divertimento, relax e competizione. In quest’ultimo caso, esistono ormai varie associazioni sportive che si sfidano tra loro nelle varie discipline e a vario livello: provinciale, regionale, nazionale o mondiale. La lotta tra uomo predatore e pesce preda si protrae ancora oggi, in un’epoca dove la preda è vista più come una conquista sportiva piuttosto che come un gustoso e prezioso bottino, tanto è vero che alcuni sportivi praticano il cosiddetto Catch and Release (cattura e rilascia). In definitiva, nonostante le motivazioni diverse che spingano l’uomo ad ingegnarsi sempre di più nell’arte della pesca, con tutte le sue tecniche e gli attrezzi sempre più evoluti, il rito della pesca si è conservato intatto nell’animo dell’uomo e quell’emozione che si prova dentro al momento dell’abboccata è rimasta la stessa entusiasmante primitiva sensazione che solo un pescatore può capire. La cattura di una preda importante, da immortalare, dopo ore di attesa e tanti precedenti tentativi andati a vuoto (“cappotti”, per rimanere in tema) è un qualcosa di incomparabile. Purtroppo, c’è da dire che oggi l’uomo sta sottoponendo a uno sfruttamento eccessivo diverse popolazioni ittiche (overfishing), ma anche popolazioni di altri organismi marini, molte delle quali hanno già subito gravi declini negli ultimi decenni. Allentare la pressione su queste popolazioni consentirebbe, in tempi piuttosto brevi, la ripresa delle popolazioni stesse e la possibilità di attuare una pesca sostenibile, che sfrutta sì la risorsa, ma con responsabilità e permettendone un utilizzo futuro alle nuove generazioni. Come si è detto, sebbene gli attrezzi siano rimasti sostanzialmente uguali da tempo immemorabile, le imbarcazioni si sono molto evolute, soprattutto i sistemi di rilevazione del pesce che vengono utilizzati a bordo e che difficilmente portano a cale andate a vuoto. Inoltre, molte grosse imbarcazioni possono rimanere al largo e pescare di continuo anche per diversi mesi, grazie all’utilizzo di opportune celle frigorifere a bordo. Altre imbarcazioni, addirittura, lavorano il pesce  direttamente a bordo e sbarcano, quindi, un prodotto pronto alla vendita. A tutto ciò si aggiungono macchinari che permettono la cala e il recupero di reti e palangari quasi automatica, accelerando i tempi di pesca e quindi permettendo di effettuare un numero sempre più numeroso di cale e di gettare in mare attrezzi che si estendono anche per qualche decina di chilometri. Altro problema riguarda quello delle cosiddette “catture accidentali” o altrimenti note come bycatch. Tra le specie del bycatch rientrano (in base a una delle varie definizioni date) quelle che hanno un certo valore commerciale e trovano comunque mercato, ma rientrano anche e soprattutto specie che, non venendo consumate perché non apprezzate o non commestibili, sono rigettate in mare come semplici rifiuti, dove sono destinate quasi tutte a morte certa. Squali, cetacei e tartarughe marine sono spesso vittime “non volute” di palangari e di alcuni particolari tipi di reti, come le reti a strascico. Questi organismi, anche se non vengono venduti per il consumo o se comunque vengono venduti fraudolentemente o illegalmente, non sono di solito graditi alla maggior parte delle popolazioni umane moderne, che hanno cambiato parecchio i gusti e le preferenze alimentari, anche per quanto riguarda i prodotti della pesca e che spesso si orientano sul consumo mirato ed abituale di pochissime specie. Altro problema è quello del “finning”, ovvero la cattura volontaria di squali solo per ricavarne le pinne, pietanza assai gradita soprattutto nell’Oriente, dove viene venduta a prezzi decisamente elevati. Gli squali in questione, spesso, vengono rigettati in mare ancora agonizzanti e certamente destinati a morire. Il problema, per queste specie, sta nel fatto che i cicli vitali sono generalmente più lunghi rispetto a quelli dei pesci ossei (sgombri, naselli, acciughe, sardine, etc..), l’età di riproduzione per essere raggiunta richiede spesso parecchi anni e la prole è solitamente poco numerosa, trattandosi a volte di uno, due o pochissimi individui. Tali popolazioni risultano quindi essere decisamente più vulnerabili, infatti, di conseguenza a quanto detto, hanno tempi di ripresa più lunghi, tempi che non sono affatto in armonia con i ritmi virtuosi della pesca che oggi si ha su scala globale. Ricordiamo, inoltre, che gli squali svolgono importanti ruoli regolatori all’interno dell’ecosistema e questo è uno dei vari motivi per cui meritano protezione e rispetto al pari di tutte le altre specie a noi più familiari. Continuando con questi ritmi, in tempi brevi, diverse popolazioni di organismi marini vedranno il collasso, popolazioni che, fino a non molto tempo fa, credevamo inesauribili…. L’ittiocoltura, d’altro canto, pare non essere la soluzione definitiva, l’alternativa alla pesca tradizionale, in quanto, i mangimi dati ai pesci d’allevamento, nella stramaggioranza dei casi, sono essi stessi farine di pesce opportunamente trattate e lavorate o comunque trattasi sempre di prodotti che includono organismi provenienti dal mare e che, quindi, danno il loro contributo all’overfishing, ma questa è un’altra storia … 


In foto, scattata in Sicilia, un pescatore utilizza una rete da lancio, antica tecnica utilizzata anche in Paesi extramediterranei. Tale tecnica, efficace solo in acque molto basse, richiede una certa esperienza da parte del pescatore, sia nella fase di avvicinamento che in quella di lancio e recupero.

mercoledì 30 novembre 2011

Sogliola


Pesce bentonico tipico di fondi sabbiosi, la Sogliola (Solea solea) è piuttosto diffusa lungo tutte le nostre coste. Il corpo si presenta con profilo allungato ed ovaliforme. La pinna dorsale si estende per quasi l’intera lunghezza del corpo dell’animale, andando dalla regione leggermente anteriore all’occhio dorsale fino all’inizio della pinna caudale. L’anale è anch’essa molto estesa, ma più corta rispetto alla dorsale. Le pettorali sono poco sviluppate. Entrambi gli occhi, nell’esemplare completamente sviluppato, sono posti sul lato destro del corpo. Sogliole e simili, infatti, subiscono durante lo sviluppo una fase di profonde modificazioni della loro anatomia interna ed esterna, tra cui, appunto, la migrazione di un occhio sul lato opposto, rendendo, quindi, un lato cieco. Gli occhi non sono allineati, quello in posizione dorsale è posto più anteriormente. La bocca, relativamente piccola ed incisa a curva, possiede piccolissimi denti. Al tatto, il corpo dell’animale è ruvido per la presenza di piccole squame dotate di spine. La colorazione è piuttosto uniforme, generalmente color giallo sabbia con piccole macchie irregolari più scure, che possono essere molto o poco evidenti. Nella pettorale è solitamente presente una piccola macchietta nera. Il lato cieco è bianco latte. È un pesce che riesce a mimetizzarsi molto bene nel suo habitat, avendo un colore molto simile a quello del substrato sabbioso in cui vive; inoltre, nelle ore diurne, rimane solitamente nascosto sotto alla sabbia, lasciando emergere solo una piccola parte della regione cefalica e gli occhi. Se disturbata si allontana di scatto, per poi insabbiarsi rapidamente, a pochi metri dal punto iniziale. Specie piuttosto vorace, si nutre di piccoli invertebrati, quali policheti, alcuni piccoli crostacei e piccoli molluschi. Rimanendo in agguato sotto alla sabbia, sferra attacchi velocissimi alle malcapitate prede che vi si avvicinano, inconsapevolmente, troppo. Questa specie, essendo in grado di tollerare ampie variazioni di salinità, vive anche in acque salmastre. In Italia, viene attivamente pescata con vari attrezzi, alcuni dei quali specifici, come i rapidi e le sfogliare. Viene catturata anche con reti da posta fisse. Per chi pratica pesca sportiva dalla riva su fondi sabbiosi, come nel caso del surf casting, non è raro vederla abboccare alle lenze. Le carni, prive di spine, sono squisite, ottime per la frittura. Può superare i 35 cm di lunghezza per qualche etto di peso, ma solitamente la taglia è inferiore ai 30 cm.

L’esemplare in foto ha abboccato ad un lenza innescata con bibi (Sipunculus nudus). Misura 25 centimetri per 200 grammi di peso.

giovedì 20 ottobre 2011

Ricciola


Specie pelagica appartenente alla famiglia dei Carangidi. Raggiunge notevoli dimensioni, le più grandi di questa famiglia. Colorazione e morfologia variano con la crescita ed i giovani individui si presentano diversi dagli adulti; tuttavia, tali differenze non sono poi così pronunciate come quelle presenti in altre specie ittiche, tra i vari stadi di sviluppo di una stessa specie.

Nome scientifico: Seriola dumerili (Risso, 1810)

Nome inglese: Greater amberjack

Caratteristiche morfologiche: il corpo è piuttosto affusolato e schiacciato lateralmente, mentre i giovani individui presentano un profilo ovalare. La prima pinna dorsale è corta, mentre la seconda è piuttosto lunga e si estende per circa tutta la metà posteriore del corpo. L’anale è invece un po’ più corta della seconda dorsale. Le pettorali sono piccole e pure le ventrali. La pinna caudale, piuttosto sviluppata, presenta una caratteristica forma a mezzaluna. La pelle, liscia al tatto, è ricoperta da piccole scaglie. La bocca è armata di diverse file di piccoli denti appuntiti, presenti anche sulla lingua, sul vomere e sui palatini. La linea laterale è evidente. Questa specie, che ricordiamo la più grande della famiglia dei Carangidi, può superare i 2 metri di lunghezza per un peso di oltre 75 Kg.

Colorazione: La colorazione, nell’adulto, è più uniforme e si presenta grigio-argentea verdastra sul dorso e va man mano a schiarirsi fino alla regione ventrale. Lungo il corpo può essere presente una linea dorata, dai margini più o meno sfumati. Una regione scura può essere visibile nella zona tra gli occhi e in quella immediatamente dietro ad essi. I giovani esemplari hanno invece una colorazione più accesa, giallastro verdognola, più scura sul dorso e più chiara nel ventre. Da qui, il nome volgare in alcune località italiane di "limoncello".

Habitat ed abitudini: specie pelagica e gregaria. I giovani individui possono formare banchi numerosi, che si avvicinano alla costa nel periodo estivo e spesso si radunano sotto ai “canizzati”, calati dai pescatori per la pesca alla lampuga e ai pesci pilota. E’ un grande predatore e si nutre di piccoli pesci, come aguglie, cefali ecc.. Gli adulti tendono a spostarsi in piccoli gruppi o solitari, frequentando preferenzialmente secche e relitti, luoghi ottimi per la caccia ai piccoli pesci, ma possono avvicinarsi molto alla costa, allo stesso modo dei piccoli esemplari, in acque bassissime. 

Metodi di pesca: oltre ad avere un elevato valore commerciale e quindi essere di interesse per la pesca professionale (praticata con reti da posta fisse, da circuizione e derivanti) è una preda molto ambita dagli sportivi, soprattutto nella pesca in apnea e a traina sottocosta, dove viene insidiata spesso con esche vive (soprattutto i grossi esemplari). Può abboccare anche in alcune delle diverse tecniche di pesca dalla riva, come a spinning, con l’inglesina o a surf casting, ma generalmente, in questo caso, si tratta di giovani esemplari.

Commestibilità: è tra le specie più pregiate dei nostri mari, da alcuni viene appunto, per tale motivo, definita la “regina del mare”.

Note: nel siracusano viene chiamata anche con il nome di cavagnola (i giovani individui). La taglia minima di cattura consentita dalla legge è di 60 cm.

In foto, come si può notare dalla colorazione e dal corpo più alto, un giovane esemplare di Ricciola.

martedì 4 ottobre 2011

Tonnetto alletterato


Specie molto comune in Sicilia, si avvicina (anche molto) alla costa nel periodo estivo e spesso in banchi molto numerosi. E’ un pesce pelagico dalle dimensioni medio piccole ed appartiene alla famiglia degli Scombridi.

Nome scientifico: Euthynnus alletteratus (Rafinesque, 1810)

Nome inglese: Little tunny

Caratteristiche morfologiche: il corpo è piuttosto robusto e affusolato, a sezione ovale. La bocca è armata di una serie di piccoli denti appuntiti e la mascella inferiore è leggermente prominente. La coda è a mezzaluna ed il peduncolo caudale, sottile, presenta una carena ben sviluppata per ogni lato. La prima pinna dorsale è molto più allungata ed alta della seconda. Dietro alla seconda dorsale ed all’anale sono presenti una serie di pinnule che terminano nel peduncolo caudale. Le pinne pettorali non sono molto sviluppate ed hanno forma falcata. La pelle la si può considerare come priva di scaglie, liscia. Maneggiando un animale, vivo o morto da poco, questo lascia facilmente un alone argentato sulle mani di chi lo tocca. Sebbene taglie di 6-7 chilogrammi per circa 100 cm di lunghezza non siano comuni, sono stati pescati anche esemplari che superavano i 10 Kg di peso e il metro di lunghezza.

Colorazione: la colorazione è scura nella regione dorsale, azzurro nerastra con caratteristici disegni neri limitati alla zona della metà posteriore. Sul ventre è grigio metallica – bianca e nella regione ventrolaterale anteriore sono presenti delle macchiette nere caratteristiche di questa specie, che tendono a sparire subito dopo la morte dell’animale.

Habitat ed abitudini: specie pelagica e gregaria, si avvicina molto alla costa con le acque calde del periodo estivo e primo autunnale. Spesso i gruppi sono composti da un numero elevato di individui, che solitamente hanno taglia simile. È una specie molto vorace, che si nutre principalmente di pesci, come ad esempio sardine.

Metodi di pesca: reti da posta, reti a circuizione, tonnare volanti, palangari. Abbocca facilmente ad esche artificiali trainate dalle imbarcazioni. Si pesca anche a drifting.

Commestibilità: le carni sono piuttosto saporite, paragonabili per certi aspetti a quelle del tonno. Viene consumato sia fresco che sott’olio.

Note: il nome dialettale nel siracusano è pizzuteddu. La taglia minima di cattura è di 30 cm.

mercoledì 15 giugno 2011

Bavosa galletto


La Famiglia dei Blennidi comprende tutte quelle specie ittiche che vengono comunemente chiamate con il nome di "bavose" (tale denominazione deriva dal fatto che questi animali secernono un cospicuo strato di muco che ricopre la loro pelle nuda). Nel nostro Mare tale Famiglia è un raggruppamento piuttosto numeroso, in quanto comprende la bellezza di quasi 20 specie. Tra tali specie è presente una considerevole varietà nella morfologia (inoltre alcune specie presentano dimorfismo sessuale e quindi differenze morfologiche all'interno della stessa specie tra sesso maschile e femminile) e soprattutto nella colorazione. Sono generalmente specie di acque basse e molto basse, anche se alcune specie possono spingersi fino ai 100 metri di profondità. Nella zona costiera, alcune specie sono facilmente rinvenibili in pochissimi centimetri d'acqua, al limite della zona di marea, o addirittura fuori dall'acqua stessa, in prossimità della superficie. Parlando, infatti, della Bavosa galletto (Coryphoblennius galerita) possiamo vedere come magnificamente questa specie si sia adattata all'esposizione prolungata all'aria (in quanto spesso la si può trovare poggiata su uno scoglio, appena al di sopra della superficie del mare) talvolta anche per parecchie ore, grazie alla particolare fisiologia del suo apparato respiratorio che le permette di sopravvivere, per periodi relativamente lunghi, fuori dall'acqua. Subendo, inoltre, l'aria delle maggiori escursioni termiche rispetto all'acqua (che ha quindi una capacità termica superiore) il nostro pesce si è dovuto ben adattare anche a tali rapidi cambiamenti termici. Morfologicamente si presenta con un corpo piuttosto robusto (se paragonato a quello di altri Blennidi) ed una testa relativamente grande e massiccia. La bocca è situata inferiormente e presenta delle labbra piuttosto pronunciate. La pelle è nuda e ricoperta da uno strato di muco secreto dall'epidermide stessa. Il muco rende questi animali molto scivolosi alla presa ed inoltre ritarda l'essiccazione della pelle quando l'animale si espone all'aria. Sul capo, appena dopo gli occhi, si trova una "cresta", un'appendice carnosa dalla morfologia particolare che conferisce, appunto, alla specie il denominativo comune di "galletto". Si nutre di piccolissimi invertebrati, soprattutto crostacei, che cattura anche nella parte emersa degli scogli. Raggiungendo le dimensioni massime di circa 10 cm non riveste alcun interesse dal punto di vista commerciale e per la pesca. E,' invece, molto ricercata dagli acquariofili (in quanto si adatta molto bene alla vita in vasca) ed amata dai fotografi naturalisti. La si può catturare anche con le mani (quando rimane intrappolata in piccole pozze di marea) o molto più facilmente con l'aiuto di un piccolo retino. Quando la si tiene in mano prestare un po' di attenzione in quanto questa specie spesso dà dei piccoli, ma decisi, morsi.

In foto un esemplare di Bavosa galletto (Coryphoblennius galerita) tenuto in vasca, in un momento in cui si espone all'aria. La "cresta", essendo l'animale fuori dal suo ambiente naturale, è abbassata e quasi impercepibile. 

mercoledì 27 aprile 2011

Sarago sparaglione (o Sparaglione)


Di tutte le cinque specie di saraghi (appartenenti al genere Diplodus) presenti nei nostri mari, lo Sparaglione, è il più piccolo ed il meno pregiato di tutti. Molto diffuso in tutte le coste italiane. Date le ridotte dimensioni e le carni non molto apprezzate non ha alcun particolare interesse per la pesca commerciale.

Nome scientifico: Diplodus annularis, Linneo 1758

Nome inglese: Annular seabream

Caratteristiche morfologiche: corpo alto, ovalare e piuttosto compresso lateralmente. Presenta un' ampia pinna dorsale, che si estende da poco dopo il capo fino al peduncolo caudale. La linea laterale è ben evidente e segue il profilo dorsale. La testa termina con una bocca relativamente appuntita, piccola, poco protrattile e terminale. Difficilmente supera i 18 cm di lunghezza.

Colorazione: questa specie di sarago presenta una colorazione più omogenea rispetto alle altre specie congeneri. Una banda nera a livello del peduncolo caudale, assimilabile ad un anello, conferisce all'animale il nome specifico di annularis. La regione dorsale, che va dal muso fino all'estremità del peduncolo caudale è di color giallo, giallo - verdastro e va schiarendo sui fianchi fino a divenire bianco - argentea nella regione ventrale del pesce. Tutte le pinne sono spesso giallastre.

Habitat ed abitudini: specie carnivora, si nutre di piccoli invertebrati quali gamberetti, piccoli granchi, altri piccoli crostacei, piccoli molluschi ed anellidi; tuttavia, può talvolta nutrirsi staccando piccoli frammenti dalla vegetazione algale. Vive in gruppi talvolta formati da un numero elevato di individui. E' presente su fondali misti, nei porti e nelle scogliere sommerse ricche di vegetazione. In tutti i casi vive in acque poco profonde della zona costiera.

Metodi di pesca: si cattura principalmente con reti da posta fisse, a bolentino e con varie tecniche di pesca sportiva praticate dalla riva (anche con canna fissa).

Commestibilità: le carni non sono scarse, tuttavia, rispetto a quelle di altri saraghi, sono meno gustose, quindi meno pregiate e ricercate dai consumatori.

In questa foto, un esemplare di 15 cm circa. Nel siracusano i nomi dialettali per questa specie sono: iaspareddu, sparagghiuni.

lunedì 11 aprile 2011

Lo Storione


Il particolare gruppo di pesci a cui appartengono gli storioni presenta delle caratteristiche ben definite, la maggior parte delle quali visibili esternamente, che permettono facilmente di distinguere questo gruppo ittico da tutti gli altri. Essi appartengono alla Famiglia degli Acipenseridi. Tra le caratteristiche più salienti di questa famiglia elenchiamo:

- 5 particolari file di squame, o placche ossee, che decorrono lungo tutto il corpo dell'animale, dalla regione immediatamente posteriore a quella cefalica fino all'estremità del peduncolo caudale. Queste placche (dette ganoidi) si presentano lucenti e tale lucentezza è dovuta alla presenza di una sostanza che li ricopre, la ganoina, simile allo smalto presente nei nostri denti.

- Il corpo presenta una morfologia assimilabile a quella di uno squalo, soprattutto per la coda eterocerca (che presenta il lobo superiore più sviluppato rispetto a quello inferiore) e la presenza di una bocca in posizione ventrale.

In prossimità della bocca, munita di piccoli denti, sono presenti i barbigli (come quelli presenti ad esempio nella Triglia e in altri pesci, sia marini che d'acqua dolce), che vengono utilizzati per la ricerca del cibo sul fondo; soprattutto, quando, a causa dell'elevata torbidità delle acque, la vista non può essere utilizzata. Lo scheletro è in gran parte costituito da cartilagine. Specie anadrome, gli storioni vivono in mare per poi risalire i fiumi nel periodo riproduttivo, dove deporranno le uova. La loro alimentazione si basa prevalentemente su molluschi, crostacei e pesci. Risultano di elevato interesse commerciale: da essi si ottiene il pregiatissimo caviale, che altro non è che l'insieme delle uova di questi pesci opportunamente lavorate. Sono oggetto di pesca e allevamento, non solo per le loro pregiatissime uova, ma anche per le loro carni, considerate di notevole pregio (soprattutto quelle di alcune specie). La pesca avviene con l'utilizzo di reti e palangari, o con la canna dagli sportivi. In Italia sono presenti 4 specie, oggi tutte divenute più o meno rare e alcune a rischio di estinzione (e forse estinte nel nostro territorio) a causa, soprattutto, di sbarramenti artificiali dovuti alla costruzione di dighe, che impediscono a questi animali di risalire il corso dei fiumi per raggiungere i luoghi della riproduzione.

Elenco delle 4 specie presenti in Italia (quasi esclusivamente nel Mar Adriatico e nei fiumi che vi si gettano):

Storione comune (Acipenser sturio): In casi eccezionali può raggiungere i 4 metri di lunghezza; sebbene di solito le dimensioni siano di molto inferiori. Le femmine raggiungono dimensioni superiori a quelle dei maschi.

Storione cobice (Acipenser naccarii): specie autoctona d'Italia. Raggiunge le dimensioni massime di 1,5 metri per un peso di circa 25 Kg.

Storione stellato (Acipenser stellatus): dimensioni simili a quelle di A. naccari.

Storione ladano (Huso huso): il più grande in assoluto. Sebbene possa raggiungere i 6 metri di lunghezza (in alcuni casi anche più), taglie comuni sono di gran lunga inferiori (mediamente 2,4 metri per i 200 Kg di peso circa).

Clicca sui nomi comuni degli storioni per vederne la corrispettiva immagine rappresentativa.

Nell'immagine in alto, rappresentante uno Storione, sono messe ben evidenza alcune caratteristiche distintive di questi pesci: la placche ossee presenti sul corpo, la coda eterocerca simile a quella di uno squalo e la particolare forma della testa. Si noti la rappresentazione dettagliata, con visuale dal basso, della bocca in posizione ventrale.


lunedì 14 marzo 2011

I Salmonidi



Alla famiglia dei Salmonidi appartengono circa 70 specie d' acqua dolce, caratteristiche di acque fredde delle regioni settentrionali dell'emisfero. Alcune di queste specie sono anadrome, ovvero compiono delle migrazioni dal mare all'acqua dolce con lo scopo di riprodursi, come fanno ad esempio i ben noti salmoni, molti dei quali dopo l'atto riproduttivo, ormai privi di energie, si lasciano morire nei letti dei fiumi. I Salmonidi sono pesci, generalmente, dal corpo piuttosto affusolato, ma le caratteristiche morfologiche e biologiche, ovviamente, variano da specie a specie.

Vediamo adesso di elencare qualche specie rappresentativa di questa Famiglia, facendone una breve descrizione:

Trota (Salmo trutta): ormai ampiamente diffusa, a causa dell'uomo, in varie parti del globo, essa presenta molte sottospecie, talvolta di difficile distinzione. Vive nelle acque dolci, sia dei laghi che dei fiumi essendo un pesce abbastanza adattabile in vari ambienti; infatti, talvolta penetra anche nelle acque marine. La colorazione può variare molto in base alla sottospecie ed al tipo di habitat. Pesce predatore, si nutre di una gran varietà di organismi: insetti, piccoli pesci, anfibi. Presenta una pinna adiposa posta in prossimità del peduncolo caudale. Specie molto ambita dai pescatori sportivi, non raggiunge grosse dimensioni rispetto a quelle di altri Salmonidi, solitamente è di qualche decimetro ed in rarissimi casi supera il mezzo metro di lunghezza. C'è da dire che, anche per quanto riguarda le dimensioni, l'eterogeneità è dovuta al particolare ambiente in cui l'animale vive e quindi al suo regime alimentare.

Trota marmorata (Salmo marmoratus): considerata in passato una sottospecie della Trota (Salmo trutta), la trota marmorata è una specie endemica dell'Italia e della Slovenia, dove vive nei fiumi appenninici che si riversano nell'Adriatico. Morfologicamente e biologicamente simile alla trota comune raggiunge però dimensioni di gran lunga superiori, potendo superare il metro di lunghezza ed i 20 Kg di peso. La livrea è caratteristica: i fianchi bianchi sono tappezzati da macchie scure irregolari, da cui deriva il termine "marmorata", il nome comune della specie. Il dorso è scuro, mentre il ventre è bianco.

Salmone (Salmo salar) : parlando di salmone, spesso ci si può riferire a diverse specie, in questo caso prendiamo in esame quella che è per noi la specie più comune, ovvero, il Salmone atlantico (Salmo salar). Morfologia simile a quella delle "trote" presenta dimensioni maggiori, potendo raggiungere il peso di qualche decina di chilogrammi. Specie caratterizzata da dimorfismo sessuale, nel periodo riproduttivo presenta una livrea dai colori più intensi. In genere è bianco argentato nella regione ventrale e grigio olivastro con macchie scure nella regione dorsale. E' un pesce predatore e presenta una muscolatura abbastanza sviluppata. Sono ben note le sue migrazioni a scopo riproduttivo quando, risalendo i fiumi freddi, raggiunge i luoghi di riproduzione in cui, dopo l'atto della fecondazione, spesso muore. Molto importante per l'itticoltura e in ambito della pesca a mosca dagli sportivi. Presenta carni molto gustose e pregiate ricche in acidi grassi polinsaturi omega-3 per cui ha un elevato interesse commerciale. Viene venduto fresco, inscatolato o trasformato in vari modi.

Taimen (Hucho taimen): Sebbene sia sicuramente il meno noto tra i Salmonidi sopra elencati, ritengo citarlo in quanto è il rappresentante della famiglia dei Salmonidi che raggiunge le maggiori dimensioni in assoluto. Conosciuto anche con il nome di Salmone siberiano, il Taimen è un voracissimo predatore che in casi eccezionali supera di due metri di lunghezza e i 100 Kg di peso; tuttavia il peso medio è di 40 Kg circa. Presenta il ventre solitamente biancastro, mentre la regione dorsale è olivastra e diventa rossiccia nella regione più posteriore del corpo, divenendo di un rosso sempre più diffuso ed acceso man mano che ci si avvicina alla coda. Gli adulti di questa vorace specie si nutrono di pesci (talvolta di grosse dimensioni) ed anche di piccoli animali terrestri che entrano inconsapevoli nel suo habitat. E' una specie adesso considerata a rischio di estinzione, il suo areale di distribuzione si è ridotto ed è ormai presente soprattutto in Mongolia ed in aree vicine, come Russia e Cina.

Nell'immagine in alto vengono messe a confronto le differenze morfologiche tra i due sessi nel Salmone atlantico (Salmo salar), si noti la particolare struttura boccale del maschio (sotto). Cliccando sul nome scientifico di ognuno dei pesci descritti è possibile vederne un' immagine rappresentativa.