Visualizzazione post con etichetta Pesci d'acqua dolce. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pesci d'acqua dolce. Mostra tutti i post

mercoledì 31 dicembre 2014

Blennidi delle acque italiane


I blennidi, comunemente noti come bavose, appartengono al numeroso raggruppamento ittico della famiglia Blenniidae. Le specie sono distribuite in tutte le acque del globo, principalmente in acque marine tropicali e subtropicali, ma sono presenti anche in acque salmastre e persino d'acqua dolce. In tutto, ne sono attualmente riconosciute circa 400 specie. Il nome comune italiano che sta a indicare la famiglia è quello di bavose. Tali pesci, infatti, posseggono una pelle nuda ricoperta da un cospicuo strato mucoso che la protegge da infezioni e danni meccanici. Ciò rende l'animale molto viscido e scivoloso al tatto. La linea laterale, spesso, è ridotta e si limita alla porzione anteriore del corpo dell'animale. In alcune specie è coperta da scaglie modificate. Sul dorso è presente un'unica lunga pinna dorsale, spesso caratterizzata da un' evidente incavatura a circa metà della sua lunghezza. Le ventrali si trovano invece in posizione giugulare, dinanzi alle relativamente ampie pinne pettorali. L'anale è anch'essa estesa e si contrappone alla dorsale, nella regione posteriore del corpo. La caudale è in genere piuttosto ampia e con margini arrotondati. Nelle nostre acque sono presenti 20 specie in tutto, la maggior parte delle quali ampiamente distribuite e piuttosto comuni e quindi facili da osservare un po' in tutte le aree costiere italiane. Di queste, una sola specie è esclusiva di acque dolci, la Cagnetta (Salaria fluviatilis). La maggior parte delle specie italiane non supera, in media, i 7-8 cm di lunghezza totale. Le specie più piccole non superano i 4-5 centimetri e appartengono al genere Microlipophrys, istituito nel 2005. A questo genere, in Italia, appartengono 4 specie. Di queste, la più grande è la Bavosa Gote Gialle (Microlipophrys canevae) con i suoi 8 cm di lunghezza. I maschi di questo genere sono caratterizzati dall'assumere, durante la stagione riproduttiva, una particolare livrea che ne rende le guance di un colore giallo intenso. Tra i giganti italiani del mondo dei blennidi, invece, possiamo considerare 3 specie: la grossa e spesso panciuta Bavosa Sanguigna (Parablennius sanguinolentus) che può superare eccezionalmente, sebbene di poco, i 20 cm di lunghezza; la meravigliosa Bavosa Occhiuta (Blennius ocellaris), caratterizzata da un'altissima pinna dorsale, che può raggiungere i 20 cm di lunghezza; la Bavosa Ruggine (Parablennius gattorugine), in assoluto il più grosso blennide del Mediterraneo con i suoi 30 centimentri di lunghezza totale. La maggior parte delle specie vive in acque basse e della zona intertidale, su fondali rocciosi ricchi in buche e anfratti o misti a sabbia. Ad esempio, nella fascia di marea è possibile rinvenire con relativa facilità la Bavosa Galletto (Coryphoblennius galerita) e la Bavosa Capone (Lipophrys trigloides), tra l'altro piuttosto simili nella livrea e morfologia generale, sebbene sussistano sufficienti differenze da giustificare la collocazione dei due animali nei due diversi generi. La prima specie, grazie a particolari adattamenti fisiologici, è in grado di effettuare soggiorni relativamente lunghi al di fuori dell'acqua, soprattutto durante le ore notturne. Nessuna delle nostre specie è oggetto di pesca attiva da parte dell'uomo, tuttavia, alcune specie vengono accidentalmente catturate con attrezzi di vario tipo. In genere, con la pesca a fondo dalla riva, soprattutto con canne fisse, è possibile catturare qualche grosso blennide come la Bavosa Sanguigna e la Bavosa Ruggine e qualche altra specie più piccola come la Bavosa Pavone (Salaria pavo) e la Bavosa Capone. Occasionalmente, gli esemplari delle specie più grosse rimangono intrappolati in reti da posta, mentre, un'unica specie, la Bavosa Occhiuta (Blennius ocellaris) viene comunemente catturata con reti a strascico a quote batimetriche relativamente elevate. In tutti i casi, pur essendo commestibili, date le ridotte dimensioni e la scarsità degli individui catturati con i consueti attrezzi da pesca, non rivestono alcuna importanza commerciale. Inoltre, la sensazione di viscido dovuta alla cospicua secrezione di muco, rende questi animali certamente poco appetibili. L'interesse dell'uomo per questi piccoli pesci proviene, invece, dal mondo dell'acquariofilia e della fotografia subacquea. Date le loro meravigliose livree e l'indole curiosa, questi pesci sono tra i più amati dagli acquariofili mediterranei, che li tengono spesso ben volentieri all'interno delle loro vasche, dove questi animali, tra l'altro, si adattano molto bene. Per lo stesso motivo, questi pesci sono anche tra quelli più fotografati da professionisti o da semplici appassionati. Mentre in passato i blennidi erano certamente meno noti alla maggior parte, oggi, grazie alla presenza sul mercato di attrezzatura fotografica alla portata di tutti, questi pesci, sebbene spesso in maniera comunque superficiale, rientrano tra le specie più conosciute e fotografate dai più. Come tutte le creature marine, anche i blennidi rivestono il loro ruolo nell'ecosistema marino, motivo per cui bisogna apprezzarne il valore intrinseco, senza necessariamente relazionarlo a "necessità" umane di tenerli in vasca o di godimenti personali nello scattare e mostrare le foto di queste splendide creature che il mare cela appena sotto la sua superficie o, nel caso di alcune specie, come abbiamo visto, anche poco al di sopra di essa!

Alcuni dei blennidi italiani. A: esemplare maschio di Bavosa Mediterranea (Parablennius incognitus) fa capolino dalla sua tana. B: giovane esemplare di Bavosa Occhiuta (Blennius ocellaris) catturato con reti a strascico ad una profondità di 110 metri. Lunghezza totale circa 6 cm. C: grosso esemplare di Bavosa  Sanguigna (Parablennius sanguinolentus). D: giovane esemplare di Bavosa Ruggine (Parablennius gattorugine). (Foto © Biologia del mare).

lunedì 12 agosto 2013

Pesca, dal passato a oggi: storia, arte, cultura, passione e risorsa




L’arte della pesca accompagna l’uomo fin dagli albori della sua comparsa come specie. Le antiche popolazioni e tribù, che si stabilirono sulle coste, trovarono una preziosa fonte alimentare a cui attingere, raccogliendo, ad esempio, molluschi e crostacei o pescando attivamente pesci e altri organismi marini che si presentavano con grande abbondanza e varietà di specie; inoltre, da alcune conchiglie e dalle vertebre dei pesci si ricavavano utensili vari. Anche le spugne, particolari e primitivi animali marini, venivano raccolte e lavorate per essere rese utili alla pulizia del corpo e degli ambienti domestici. Ancora oggi alcune tribù ricavano dal mare la loro principale fonte di sussistenza come, per fare qualche esempio, sull’isola di Lembata, in Indonesia, dove gruppi di pescatori si recano a caccia di squali e cetacei con le loro piccole imbarcazioni e i loro rudimentali arpioni sostenuti da un lungo e robusto fusto di bambù. Altro esempio è la pesca del “palolo” (porzione matura deputata alla riproduzione di vermi policheti appartenenti alla famiglia Eunicidae) praticata da alcune popolazioni indigene delle coste del Pacifico, che conoscono alla perfezione il periodo  e le condizioni adatte per la raccolta in mare di quest’altra preziosa fonte alimentare. Esempio eclatante che riguarda in prima persona noi italiani e in particolare calabresi e siciliani è la pesca al pesce spada, spesso definita “caccia” per la particolare tecnica in cui la preda viene ricercata, inseguita e, infine, mortalmente arpionata prima di essere issata a bordo dalle particolari e caratteristiche imbarcazioni dello Stretto di Messina, che solcano in lungo e in largo le sue acque alla ricerca del “Pisci”, ormai da tempi immemorabili. Sulle alte vedette delle grandi imbarcazioni sembrano ancora riecheggiare le antiche grida in lingua greca (si riteneva, infatti, che il Pesce spada fosse in grado di percepire la differenza tra greco e italiano e di inabissarsi, scomparendo per sempre, al solo udire di una singola parola di quest’ultima lingua) che davano fondamentali informazioni al pescatore che si trovava sulla passerella (“lanzaturi”), pronto a veder apparire sotto di se la grande sagoma del pesce e a colpirlo con un’abilità e precisione che solo anni di esperienza possono dare. Tale pesca, anche se non più fruttuosa come prima, viene ancora praticata nello Stretto e ogni equipaggio ha una precisa zona di mare assegnata, che è rimasta fondamentalmente identica a quella di qualche secolo fa. Quando l’uomo costruì i primi ami, questi erano molto rudimentali, fatti con le conchiglie più dure o con le resistenti ossa di alcuni vertebrati; non erano ricurvi come quelli di oggi e mancavano di ardiglione. Con il passare degli anni l’uomo ha affinato sempre più la tecnica, con attrezzi sempre migliori e che permettono maggiori catture, in quanto la possibilità di liberarsi del pesce è sempre più bassa. Alcuni attrezzi da pesca, come certe reti, palangari e trappole, sono rimasti come funzionamento e struttura praticamente invariati fino ad oggi, l’unica cosa che negli ultimi anni è cambiata è stato il materiale di cui sono costituiti; le reti utilizzate dagli antichi pescatori, infatti, erano di fibra vegetale, motivo per cui venivano frequentemente sottoposte a particolari e lunghe manutenzioni e, inoltre, richiedevano tempi piuttosto lunghi per asciugarsi quando non venivano utilizzate; il materiale che costituisce le reti moderne, invece, è materiale di sintesi ed è di gran lunga più resistente e duraturo rispetto alla fibra vegetale, nonché anche impermeabile. Tutto ciò ha i suoi ovvi vantaggi in termini di efficienza e gestione, tuttavia, c’è da dire che quando una rete moderna si perde, ad esempio, a seguito di una mareggiata, rimane tanti anni in fondo al mare senza degradarsi, continuando a catturare e uccidere inutilmente vari organismi marini. A tali reti viene talvolta attribuito il nome di “reti fantasma”. Oggi, quindi, utilizziamo quasi tutti materiali di sintesi, ottimi materiali utilizzabili anche più volte e che hanno ottime capacità di resistenza all’abrasione e alla corrosione, per non parlare dell’invisibilità totale, o quasi, di alcuni monofili. Tutto questo senza entrare nei particolari delle infinite gamme di minuterie previste per le numerosissime tecniche di pesca ormai esistenti, da riva e dalla barca. Oltre ad affinare la tecnica e a costruire attrezzi sempre più efficienti, l’uomo ha acquisito nel tempo molte conoscenze sulla fauna ittica e marina in genere e ne ha catalogato le specie, imparando a conoscerne le abitudini e a distinguere quelle più pregiate da quelle che lo sono meno, quando non addirittura tossiche. Parlando di pesca sportiva, questa, la si può suddividere in due principali grandi categorie: la pesca in acque interne e la pesca in mare. Le esche utilizzate in acque interne, per chiari motivi, sono solitamente diverse da quelle utilizzate nella pesca in mare, mentre molte tecniche sono fondamentalmente identiche; infatti, diverse tecniche adoperate per le acque interne sono state in seguito adattate per il mare (ad esempio variando un po’ l’attrezzatura, i calamenti, ecc…) e viceversa. Per entrambe le grandi categorie di pesca citate, esistono oggi sul mercato numerose riviste specializzate, più o meno valide e che spesso risultano essere ripetitive.  Attrezzo fondamentale per eccellenza della pesca sportiva è la canna, sia essa fissa o da lancio e in quest’ultimo caso abbinata a un mulinello che, a sua volta, può essere a bobina fissa o rotante. Le prime canne erano naturali, ricavate dai fusti del bambù o di altre piante, in base alla località, e non prevedevano l’uso di mulinello; erano piuttosto rudimentali e spesso poco sensibili alle “toccate” del pesce. Oggi si hanno sul mercato attrezzi molto evoluti costituiti da fibre di vetro e carbonio, le cosiddette telescopiche e le ripartite di ultima generazione (costituite da carbonio ad “alto modulo”), che permettono, nelle mani esperte del pescatore, prestazioni un tempo impensabili, arrivando ad un compromesso tra resistenza, robustezza, elasticità e sensibilità senza eguali. Il prezzo di alcune canne può anche superare le mille euro, ma generalmente con due o tre centinaia di euro si prendono canne eccellenti, abbinate a mulinelli altrettanto valenti; infatti, spesso, accanto a prezzi esorbitanti non corrisponde materiale effettivamente o notevolmente superiore e nella maggior parte dei casi è più una questione di mercato e pubblicità che di qualità. Ovviamente, la canna, sebbene sia l’attrezzo fondamentale, non è tutto e da sola non avrebbe potuto permettere mai a nessun pescatore di catturare un solo pesce. Ad accompagnare il pescatore di oggi ci sono tanti “attrezzi del mestiere” minori, ma essenziali, come, ad esempio, ami di ogni dimensione e tipologia, piombi altrettanto vari, monofili, trecciati, galleggianti di ogni grammatura, forma e colore, esche artificiali e naturali di ogni tipo e ancora una miriade di altra “minuteria da pesca”. Sta poi nell’abilità ed esperienza del pescatore capire come combinare al meglio il tutto, ad esempio scegliendo il giusto “calamento”, il giusto terminale da legare all’amo idoneo, l’esca più appropriata per insidiare la specie giusta, ma anche scegliere il luogo e il momento giusto per farlo. Insomma, quando si parla di pesca, sebbene il fattore “fortuna” spesso influisca sull’esito di ogni battuta, niente è mai lasciato a caso e tutto è meticolosamente studiato. C’è anche da dire, poi, che oggi il pesce è decisamente più scarso rispetto al passato ed è sempre più smaliziato. La tecnica quindi si evolve di conseguenza con ami sempre più catturanti e lenze sempre più invisibili e resistenti, che aiutano certamente a tirare fuori dall’acqua un pesce sempre più diffidente e infrequente. Oggi l’arte della pesca, con riferimento a quella sportiva, ha conquistato tutti, grandi e piccoli, che vi trovano momenti di svago, divertimento, relax e competizione. In quest’ultimo caso, esistono ormai varie associazioni sportive che si sfidano tra loro nelle varie discipline e a vario livello: provinciale, regionale, nazionale o mondiale. La lotta tra uomo predatore e pesce preda si protrae ancora oggi, in un’epoca dove la preda è vista più come una conquista sportiva piuttosto che come un gustoso e prezioso bottino, tanto è vero che alcuni sportivi praticano il cosiddetto Catch and Release (cattura e rilascia). In definitiva, nonostante le motivazioni diverse che spingano l’uomo ad ingegnarsi sempre di più nell’arte della pesca, con tutte le sue tecniche e gli attrezzi sempre più evoluti, il rito della pesca si è conservato intatto nell’animo dell’uomo e quell’emozione che si prova dentro al momento dell’abboccata è rimasta la stessa entusiasmante primitiva sensazione che solo un pescatore può capire. La cattura di una preda importante, da immortalare, dopo ore di attesa e tanti precedenti tentativi andati a vuoto (“cappotti”, per rimanere in tema) è un qualcosa di incomparabile. Purtroppo, c’è da dire che oggi l’uomo sta sottoponendo a uno sfruttamento eccessivo diverse popolazioni ittiche (overfishing), ma anche popolazioni di altri organismi marini, molte delle quali hanno già subito gravi declini negli ultimi decenni. Allentare la pressione su queste popolazioni consentirebbe, in tempi piuttosto brevi, la ripresa delle popolazioni stesse e la possibilità di attuare una pesca sostenibile, che sfrutta sì la risorsa, ma con responsabilità e permettendone un utilizzo futuro alle nuove generazioni. Come si è detto, sebbene gli attrezzi siano rimasti sostanzialmente uguali da tempo immemorabile, le imbarcazioni si sono molto evolute, soprattutto i sistemi di rilevazione del pesce che vengono utilizzati a bordo e che difficilmente portano a cale andate a vuoto. Inoltre, molte grosse imbarcazioni possono rimanere al largo e pescare di continuo anche per diversi mesi, grazie all’utilizzo di opportune celle frigorifere a bordo. Altre imbarcazioni, addirittura, lavorano il pesce  direttamente a bordo e sbarcano, quindi, un prodotto pronto alla vendita. A tutto ciò si aggiungono macchinari che permettono la cala e il recupero di reti e palangari quasi automatica, accelerando i tempi di pesca e quindi permettendo di effettuare un numero sempre più numeroso di cale e di gettare in mare attrezzi che si estendono anche per qualche decina di chilometri. Altro problema riguarda quello delle cosiddette “catture accidentali” o altrimenti note come bycatch. Tra le specie del bycatch rientrano (in base a una delle varie definizioni date) quelle che hanno un certo valore commerciale e trovano comunque mercato, ma rientrano anche e soprattutto specie che, non venendo consumate perché non apprezzate o non commestibili, sono rigettate in mare come semplici rifiuti, dove sono destinate quasi tutte a morte certa. Squali, cetacei e tartarughe marine sono spesso vittime “non volute” di palangari e di alcuni particolari tipi di reti, come le reti a strascico. Questi organismi, anche se non vengono venduti per il consumo o se comunque vengono venduti fraudolentemente o illegalmente, non sono di solito graditi alla maggior parte delle popolazioni umane moderne, che hanno cambiato parecchio i gusti e le preferenze alimentari, anche per quanto riguarda i prodotti della pesca e che spesso si orientano sul consumo mirato ed abituale di pochissime specie. Altro problema è quello del “finning”, ovvero la cattura volontaria di squali solo per ricavarne le pinne, pietanza assai gradita soprattutto nell’Oriente, dove viene venduta a prezzi decisamente elevati. Gli squali in questione, spesso, vengono rigettati in mare ancora agonizzanti e certamente destinati a morire. Il problema, per queste specie, sta nel fatto che i cicli vitali sono generalmente più lunghi rispetto a quelli dei pesci ossei (sgombri, naselli, acciughe, sardine, etc..), l’età di riproduzione per essere raggiunta richiede spesso parecchi anni e la prole è solitamente poco numerosa, trattandosi a volte di uno, due o pochissimi individui. Tali popolazioni risultano quindi essere decisamente più vulnerabili, infatti, di conseguenza a quanto detto, hanno tempi di ripresa più lunghi, tempi che non sono affatto in armonia con i ritmi virtuosi della pesca che oggi si ha su scala globale. Ricordiamo, inoltre, che gli squali svolgono importanti ruoli regolatori all’interno dell’ecosistema e questo è uno dei vari motivi per cui meritano protezione e rispetto al pari di tutte le altre specie a noi più familiari. Continuando con questi ritmi, in tempi brevi, diverse popolazioni di organismi marini vedranno il collasso, popolazioni che, fino a non molto tempo fa, credevamo inesauribili…. L’ittiocoltura, d’altro canto, pare non essere la soluzione definitiva, l’alternativa alla pesca tradizionale, in quanto, i mangimi dati ai pesci d’allevamento, nella stramaggioranza dei casi, sono essi stessi farine di pesce opportunamente trattate e lavorate o comunque trattasi sempre di prodotti che includono organismi provenienti dal mare e che, quindi, danno il loro contributo all’overfishing, ma questa è un’altra storia … 


In foto, scattata in Sicilia, un pescatore utilizza una rete da lancio, antica tecnica utilizzata anche in Paesi extramediterranei. Tale tecnica, efficace solo in acque molto basse, richiede una certa esperienza da parte del pescatore, sia nella fase di avvicinamento che in quella di lancio e recupero.

lunedì 11 aprile 2011

Lo Storione


Il particolare gruppo di pesci a cui appartengono gli storioni presenta delle caratteristiche ben definite, la maggior parte delle quali visibili esternamente, che permettono facilmente di distinguere questo gruppo ittico da tutti gli altri. Essi appartengono alla Famiglia degli Acipenseridi. Tra le caratteristiche più salienti di questa famiglia elenchiamo:

- 5 particolari file di squame, o placche ossee, che decorrono lungo tutto il corpo dell'animale, dalla regione immediatamente posteriore a quella cefalica fino all'estremità del peduncolo caudale. Queste placche (dette ganoidi) si presentano lucenti e tale lucentezza è dovuta alla presenza di una sostanza che li ricopre, la ganoina, simile allo smalto presente nei nostri denti.

- Il corpo presenta una morfologia assimilabile a quella di uno squalo, soprattutto per la coda eterocerca (che presenta il lobo superiore più sviluppato rispetto a quello inferiore) e la presenza di una bocca in posizione ventrale.

In prossimità della bocca, munita di piccoli denti, sono presenti i barbigli (come quelli presenti ad esempio nella Triglia e in altri pesci, sia marini che d'acqua dolce), che vengono utilizzati per la ricerca del cibo sul fondo; soprattutto, quando, a causa dell'elevata torbidità delle acque, la vista non può essere utilizzata. Lo scheletro è in gran parte costituito da cartilagine. Specie anadrome, gli storioni vivono in mare per poi risalire i fiumi nel periodo riproduttivo, dove deporranno le uova. La loro alimentazione si basa prevalentemente su molluschi, crostacei e pesci. Risultano di elevato interesse commerciale: da essi si ottiene il pregiatissimo caviale, che altro non è che l'insieme delle uova di questi pesci opportunamente lavorate. Sono oggetto di pesca e allevamento, non solo per le loro pregiatissime uova, ma anche per le loro carni, considerate di notevole pregio (soprattutto quelle di alcune specie). La pesca avviene con l'utilizzo di reti e palangari, o con la canna dagli sportivi. In Italia sono presenti 4 specie, oggi tutte divenute più o meno rare e alcune a rischio di estinzione (e forse estinte nel nostro territorio) a causa, soprattutto, di sbarramenti artificiali dovuti alla costruzione di dighe, che impediscono a questi animali di risalire il corso dei fiumi per raggiungere i luoghi della riproduzione.

Elenco delle 4 specie presenti in Italia (quasi esclusivamente nel Mar Adriatico e nei fiumi che vi si gettano):

Storione comune (Acipenser sturio): In casi eccezionali può raggiungere i 4 metri di lunghezza; sebbene di solito le dimensioni siano di molto inferiori. Le femmine raggiungono dimensioni superiori a quelle dei maschi.

Storione cobice (Acipenser naccarii): specie autoctona d'Italia. Raggiunge le dimensioni massime di 1,5 metri per un peso di circa 25 Kg.

Storione stellato (Acipenser stellatus): dimensioni simili a quelle di A. naccari.

Storione ladano (Huso huso): il più grande in assoluto. Sebbene possa raggiungere i 6 metri di lunghezza (in alcuni casi anche più), taglie comuni sono di gran lunga inferiori (mediamente 2,4 metri per i 200 Kg di peso circa).

Clicca sui nomi comuni degli storioni per vederne la corrispettiva immagine rappresentativa.

Nell'immagine in alto, rappresentante uno Storione, sono messe ben evidenza alcune caratteristiche distintive di questi pesci: la placche ossee presenti sul corpo, la coda eterocerca simile a quella di uno squalo e la particolare forma della testa. Si noti la rappresentazione dettagliata, con visuale dal basso, della bocca in posizione ventrale.


lunedì 14 marzo 2011

I Salmonidi



Alla famiglia dei Salmonidi appartengono circa 70 specie d' acqua dolce, caratteristiche di acque fredde delle regioni settentrionali dell'emisfero. Alcune di queste specie sono anadrome, ovvero compiono delle migrazioni dal mare all'acqua dolce con lo scopo di riprodursi, come fanno ad esempio i ben noti salmoni, molti dei quali dopo l'atto riproduttivo, ormai privi di energie, si lasciano morire nei letti dei fiumi. I Salmonidi sono pesci, generalmente, dal corpo piuttosto affusolato, ma le caratteristiche morfologiche e biologiche, ovviamente, variano da specie a specie.

Vediamo adesso di elencare qualche specie rappresentativa di questa Famiglia, facendone una breve descrizione:

Trota (Salmo trutta): ormai ampiamente diffusa, a causa dell'uomo, in varie parti del globo, essa presenta molte sottospecie, talvolta di difficile distinzione. Vive nelle acque dolci, sia dei laghi che dei fiumi essendo un pesce abbastanza adattabile in vari ambienti; infatti, talvolta penetra anche nelle acque marine. La colorazione può variare molto in base alla sottospecie ed al tipo di habitat. Pesce predatore, si nutre di una gran varietà di organismi: insetti, piccoli pesci, anfibi. Presenta una pinna adiposa posta in prossimità del peduncolo caudale. Specie molto ambita dai pescatori sportivi, non raggiunge grosse dimensioni rispetto a quelle di altri Salmonidi, solitamente è di qualche decimetro ed in rarissimi casi supera il mezzo metro di lunghezza. C'è da dire che, anche per quanto riguarda le dimensioni, l'eterogeneità è dovuta al particolare ambiente in cui l'animale vive e quindi al suo regime alimentare.

Trota marmorata (Salmo marmoratus): considerata in passato una sottospecie della Trota (Salmo trutta), la trota marmorata è una specie endemica dell'Italia e della Slovenia, dove vive nei fiumi appenninici che si riversano nell'Adriatico. Morfologicamente e biologicamente simile alla trota comune raggiunge però dimensioni di gran lunga superiori, potendo superare il metro di lunghezza ed i 20 Kg di peso. La livrea è caratteristica: i fianchi bianchi sono tappezzati da macchie scure irregolari, da cui deriva il termine "marmorata", il nome comune della specie. Il dorso è scuro, mentre il ventre è bianco.

Salmone (Salmo salar) : parlando di salmone, spesso ci si può riferire a diverse specie, in questo caso prendiamo in esame quella che è per noi la specie più comune, ovvero, il Salmone atlantico (Salmo salar). Morfologia simile a quella delle "trote" presenta dimensioni maggiori, potendo raggiungere il peso di qualche decina di chilogrammi. Specie caratterizzata da dimorfismo sessuale, nel periodo riproduttivo presenta una livrea dai colori più intensi. In genere è bianco argentato nella regione ventrale e grigio olivastro con macchie scure nella regione dorsale. E' un pesce predatore e presenta una muscolatura abbastanza sviluppata. Sono ben note le sue migrazioni a scopo riproduttivo quando, risalendo i fiumi freddi, raggiunge i luoghi di riproduzione in cui, dopo l'atto della fecondazione, spesso muore. Molto importante per l'itticoltura e in ambito della pesca a mosca dagli sportivi. Presenta carni molto gustose e pregiate ricche in acidi grassi polinsaturi omega-3 per cui ha un elevato interesse commerciale. Viene venduto fresco, inscatolato o trasformato in vari modi.

Taimen (Hucho taimen): Sebbene sia sicuramente il meno noto tra i Salmonidi sopra elencati, ritengo citarlo in quanto è il rappresentante della famiglia dei Salmonidi che raggiunge le maggiori dimensioni in assoluto. Conosciuto anche con il nome di Salmone siberiano, il Taimen è un voracissimo predatore che in casi eccezionali supera di due metri di lunghezza e i 100 Kg di peso; tuttavia il peso medio è di 40 Kg circa. Presenta il ventre solitamente biancastro, mentre la regione dorsale è olivastra e diventa rossiccia nella regione più posteriore del corpo, divenendo di un rosso sempre più diffuso ed acceso man mano che ci si avvicina alla coda. Gli adulti di questa vorace specie si nutrono di pesci (talvolta di grosse dimensioni) ed anche di piccoli animali terrestri che entrano inconsapevoli nel suo habitat. E' una specie adesso considerata a rischio di estinzione, il suo areale di distribuzione si è ridotto ed è ormai presente soprattutto in Mongolia ed in aree vicine, come Russia e Cina.

Nell'immagine in alto vengono messe a confronto le differenze morfologiche tra i due sessi nel Salmone atlantico (Salmo salar), si noti la particolare struttura boccale del maschio (sotto). Cliccando sul nome scientifico di ognuno dei pesci descritti è possibile vederne un' immagine rappresentativa.

domenica 16 gennaio 2011

Il Persico del Nilo


Un vero e proprio gigante d'acqua dolce, il Persico del Nilo (Lates niloticus), raggiunge dimensioni impressionanti, potendo talvolta superare i 2 metri di lunghezza ed i 200 Kg di peso. Il corpo di questo pesce è massiccio, con una gibbosità dorsale piuttosto pronunciata. La bocca è molto ampia ed è caratterizzata da una mascella inferiore prominente. Presenta due pinne dorsali, due ventrali e pettorali relativamente grandi, una pinna anale in proporzione piccola ed una caudale a ventaglio situata alla fine di un robusto peduncolo caudale. La colorazione è generalmente argentea con riflessi verdastri, più scura sul dorso e chiara sulla parte ventrale dell'animale. E', ovviamente, un pesce predatore e gli adulti si nutrono prevalentemente di pesci di varie dimensioni, mentre i giovani si nutrono di insetti, crostacei, altri invertebrati e piccoli pesci. In questa specie è inoltre presente il cannibalismo, i grossi esemplari si nutrono di quelli più piccoli. Oltre che per le straordinarie dimensioni che raggiunge, questo pesce,è tristemente noto per gli squilibri a livello ecologico che ha causato dopo la sua introduzione nel lago Vittoria avvenuta qualche decennio fa. Nelle aree in cui è presente è molto importante dal punto di vista commerciale, tuttavia, le carni sembrano non essere affatto pregiate, anzi... . Date le notevolissime dimensioni, soprattutto per un pesce d'acqua dolce, è una delle prede che rappresentano il massimo per gli sportivi d'acqua dolce che si recano nelle aree in cui è presente per insidiarlo con canne ed attrezzature molto robuste, applicando diverse tecniche.

In foto, il Persico del Nilo a fianco di un uomo rende bene l'idea delle eccezionali dimensioni che può raggiungere questo pesce.

venerdì 25 giugno 2010

I Piranha


Esistono in tutto 40 specie circa di Piranha, ma non tutte sono carnivore come si potrebbe pensare; molte specie, anzi, si nutrono di vegetali. Nessuna delle 40 specie può considerarsi di grossa taglia; infatti si tratta di pesci di piccole dimensioni e solo le specie più grosse raggiungono un massimo di mezzo metro circa. Il corpo di questi pesci si presenta compresso ai lati. Le scaglie sono generalmente piccole. I colori variano molto da specie a specie. La caratteristica sicuramente più nota di questi pesci è la bocca, armata di una fila di denti triangolari, simile ad una trappola per orsi. Con un solo morso sono in grado di tranciare nettamente un pezzo di carne grande quanto l'apertura della loro bocca. Questa specie vive in banchi generalmente molto numerosi, comprendenti qualche centinaio di esemplari. Sono in grado di percepire nell'acqua, anche se presente a concentrazioni bassissime, la presenza di sangue. Si nutrono di qualsiasi animale che cada in acqua, soprattutto se questo risulti essere già ferito e perda del sangue. In pochi secondi, un gruppo di questi piccoli pesci lo riduce all'osso. Dal punto di vista ecologico sono molto importanti in quanto rivestono il ruolo di "spazzini" dei fiumi, nutrendosi dei resti degli animali morti e in decomposizione. In alcuni casi hanno attaccato l'uomo e ancora più raramente l'incontro è risultato fatale. In Brasile, negli ultimi anni, il numero delle persone attaccate da Piranha (Serrasalmus spilopleura) è aumentato. Pare che tale avvenimento sia imputabile all'aumento delle temperature, alla siccità ed alla diminuzione delle loro normali prede. Diffusi soprattutto nel Rio delle Amazzoni, vengono allevati in acquario da molti acquariofili, adattandosi molto bene alla vita in vasca.

In foto un Piranha dal ventre rosso (Pygocentrus nattereri).

venerdì 11 giugno 2010

I pesci gatto


Vengono comunemente definiti "pesci gatto" tutti quei pesci ossei appartenenti all'ordine dei Siluriformi, in tutto si tratta di 2400 specie circa. Le specie appartenenti a questo grande raggruppamento si presentano estremamente eterogenee per morfologia, habitat, biologia e comportamento. Molte di loro sono oggetto di pesca, sia commerciale che sportiva. Volendo tracciare un quadro generale si tratta di specie principalmente d' acqua dolce e solitamente dotate di barbigli posti in posizione ventrale al termine della bocca aventi funzione sensoriale, cosa molto utile in acque torbide, dove spesso questi animali vivono e dove la visibilità è molto ridotta. Alcuni di essi sono dei veri e propri giganti d'acqua dolce e possono superare facilmente i 2 metri di lunghezza ed i 200 Kg di peso, ne sono esempio il Pesce gatto gigante (Pangasianodon gigas) e il Siluro europeo (Silurus glanis); il Pangasio (Pangasius hypophthalmus), uno dei pesci ormai più commercializzati in Europa ed in Italia tra quelli provenienti da Paesi extraeuropei. Viene allevato in molte parti del mondo, soprattutto in Vietnam e Thailandia, e viene venduto in Italia sotto forma di filetto congelato. In allevamento mostra tempi di accrescimento molto veloci, ingrassando anche di circa tre chili nell'arco di un anno. Tra i pesci di questo gruppo sono presenti anche parassiti (anche molto fastidiosi se non pericolosi) tra cui sicuramente è da citare Vandellia cirrhosa, noto localmente come Candirù. Raggiunge i pochissimi centimetri di lunghezza e presenta un corpo in parte trasparente. Negativamente noto in quanto in certi casi è riuscito ad infilarsi nell'uretra umana quando qualche sventurato urinava immerso nel fiume. Questi pesci sono, infatti, in grado di percepire la presenza di urina nell'acqua in quanto sono normalmente parassiti delle branchie di pesci più grossi e vengono attirati dal flusso uscente dalle loro branchie per poi nutrirsi del loro sangue. Questo piccolo pesce gatto è presente nel Rio delle Amazzoni. Infine, citiamo come appartenenti a questo gruppo quelli che sono sicuramente conosciutissimi da molti e soprattutto da molti acquariofili d'acqua dolce, i Pesci pulitori del genere Ancistrus e Corydoras.

In foto il Siluro europeo (Silurus glanis), gigante d'acqua dolce oggetto di leggende che, a causa delle sue enormi dimensioni e alla sua grande forza, gli attribuiscono il titolo di mangiatore di uomini.

venerdì 4 giugno 2010

La Trota iridea


Questa specie ha in passato presentato problemi di classificazione per molti ittiologi, oggi viene classificata con il nome scientifico Oncorhynchus mykiss ed appartiene alla stessa famiglia dei salmoni. La colorazione è molto variabile in base all'habitat in cui l'animale vive, variando dal bruno- verde al bianco, con presenza di sfumature rosa. Su tutto il corpo sono presenti piccole macchie nere tondeggianti. Nel periodo riproduttivo, i colori della livrea s' intensificano. A differenza della trota fario, presenta il corpo più slanciato con un muso più arrotondato ed una testa relativamente più piccola. Originaria del Nord America. questa trota, è stata introdotta nelle acque europee più di un secolo fa. Vive nelle acque correnti o lacustri in cui ci siano elevate concentrazioni di ossigeno e dove le temperature non sono mai elevate (mai oltrei i 20 °C). Preda molto ambita della pesca sportiva.


Trota Iridea

Nome comune: Trota iridea, Trota arcobaleno, Trota salmonata

Nome inglese: Rainbow trout

Nome scientifico: Oncorhynchus mykiss

Dimensioni massime: generalmente sui 35 cm, ma in alcuni casi può superare i 50 cm.

Alimentazione: invertebrati, piccoli pesci.

Riproduzione: primavera

domenica 16 maggio 2010

Cheppia o Alosa


Questa specie presenta caratteristiche simili alle sicuramente più note sardina ed alaccia raggiungendo, però, dimensioni maggiori, toccando un massimo di 80 cm (per gli individui di sesso femminile) e i 4 Kg di peso, ma la taglia media è ben al di sotto di tali valori. Il corpo si presenta abbastanza slanciato, compresso lateralmente ed alto. Macchie scure pressoché circolari sono ben visibili nella parte dorsale dei fianchi . La livrea è argentata con riflessi azzurro/verdi. Pesce dalle abitudini pelagiche, facente parte della categoria pesce azzurro, si nutre di plancton di vario tipo e di piccoli pesci. Parecchio diffusa nel Mediterraneo, questa specie nel periodo primaverile abbandona il mare per risalire i fiumi con lo scopo di riprodursi e deporre le uova (in buche sabbiose o ghiaiose). E' proprio durante il periodo riproduttivo di risalita dei fiumi che viene insidiata dai pescatori sportivi con la tecnica dello spinning. Le carni, nonostante non abbiano un gusto sgradevole, sono poco ricercate per l'elevato numero di spine.

In foto un' Alosa (Alosa fallax) pescata a Spinning con un cucchiaino

lunedì 15 febbraio 2010

Giganti d'acqua dolce


Arapaima gigas è tra i pesci d'acqua dolce più grandi del mondo, raggiungendo, in casi eccezionali, lunghezze superiori ai 4 metri e un peso di 250 Kg circa. Vive nelle foreste pluviali del Sud America, in laghi e paludi, dove solitamente le acque sono carenti in ossigeno. E' dotato di un sistema respiratorio particolare;  possiede infatti sia branchie che polmoni, per cui periodicamente, ogni circa 15 minuti, deve risalire in superficie per respirare aria. E' al vertice della catena alimentare, nutrendosi prevalentemente di pesci e invertebrati vari, ma anche di vegetali. In taluni casi si ciba anche di uccelli. E' pescato attivamente da parte dell'uomo, che ne apprezza le saporite carni.


In foto Arapaima gigas

mercoledì 20 gennaio 2010

Cavedano


Questo pesce d'acqua dolce, appartenente alla famiglia dei Ciprinidi, è presente nei fiumi e nei laghi di tutta Europa ed in alcune zone del Medio Oriente. Lo si trova nelle acque dolci correnti, limpide e calme o se ci troviamo in un lago vive nella zona litorale. E' un pesce molto resistente in quanto sopporta elevati livelli di inquinamento e riesce a vivere con bassissime concentrazioni di ossigeno. La livrea si presenta grigio verdastra sul dorso, mentre scendendo sui fianchi è biancastra. Le scaglie sono grosse. La forma del corpo è affusolata, per cui questo pesce possiede certe abilità natatorie. La bocca, terminale, è grande. La dimensione massima raggiunta dal cavedano è 60 cm di lunghezza per  3,5 Kg di peso corporeo, ma quasi sempre lo troviamo in taglie ben al di sotto di queste. La sua alimentazione è basata su vermi, crostacei, insetti, rane e topi e per tal motivo viene denominato dai pescatori lo "spazzino del lago". Da giovane ha abitudini gregarie, mentre da adulto passa alla vita solitaria. La riproduzione avviene nel periodo tra Maggio e Giugno e le uova vengono deposte sulla sabbia o sulle pietre. Le sue carni sono buone, ma a causa di una quantità di "spine" eccessiva non viene apprezzato. Nella pesca sportiva rimane tuttavia una delle prede più ambite e viene catturato utilizzando sia esche naturali, che artificiali. Nei vivai a volte viene utilizzando come cibo per lucci e trote.


In foto il Cavedano (Squalius cephalus).

venerdì 25 dicembre 2009

Anguilla: un pesce misterioso


Presenta un corpo serpentiforme e subcilindrico. La testa è depressa, appuntita e con mandibola prominente. Le pinne anale, dorsale e caudale sono unite tra di loro a vanno quindi a formare una struttura continua. Le femmine (capitone) raggiungono le dimensioni maggiori, arrivando ad una lunghezza di 150 cm per un peso di 6 Kg circa. E' una specie ad altissima valenza ecologica, ovvero riesce a tollerare ampie escursioni di salinità e temperatura. Tale specie, secondo molti autori, ha un' area di riproduzione unica, nel Mar dei Sargassi. Si riproduce qui a grandi profondità, completando così il suo ciclo vitale. Dalle uova, le larve che si svilupperanno si chiamano leptocefali e sono noti fin dal Medioevo, ma allora non si sapeva a quale specie appartenessero. I leptocefali si presentano trasparenti ed hanno la forma simile ad una foglia di ulivo. Queste larve di pochi millimetri di lunghezza vengono sospinte dalle correnti fino ad arrivare nel Mediterraneo, attraversando Gibilterra. Durante il loro viaggio, che dura tre anni per l'anguilla europea, continuano a svilupparsi. Le giovani anguille raggiungeranno le foci dei fiumi per risalirvi e vivranno in acque dolci, nutrendosi di insetti ed altri piccoli invertebrati, fino a quando, divenute adulte, non faranno il loro ritorno al mare, intraprendendo la loro migrazione fino al Mar dei Sargassi, dove si riprodurranno. Durante questo viaggio di ritorno si ciberanno essenzialmente di pesci. Questi misteriosi animali, molto longevi, sono in grado di rimanere anche per diversi anni senza cibarsi. A livello economico, in Italia, è tra le specie più importanti per la pesca e l'acquacoltura, soprattutto al nord.